Author / Sara De Santis
Moccia sindaco: i Maya non erano arrivati a tanto
Moccia sindaco: i Maya non erano arrivati a tanto
10 aprile 2012
La situazione politica in Italia non è delle più rosee e da parecchi anni, anzi da diversi decenni, la sfiducia è palpabile. Dopo gli eventi degli ultimi giorni che riguardano gli scandali della Lega, che di Roma Ladrona aveva fatto il suo motto, davvero è difficile biasimare chi pensa che i partiti si occupino solo di rubare nelle tasche dei cittadini. Ora, da qui a candidare Moccia sindaco il passo è breve. Non è una trovata pubblicitaria, il contest di un nuovo reality o un gioco di ruolo del tipo “La politica fa schifo, amministrati da solo”. Molto più semplicemente a Rosello, paesino di 342 anime in provincia di Chieti, nel maggio prossimo si terranno le elezioni amministrative e la lista Autonomia e libertà ha chiesto allo scrittore Federico Moccia di candidarsi come sindaco.
I rosellani conoscono bene lo scrittore romano poiché da anni è un assiduo frequentatore della zona, dato che sua moglie è originaria di Giuliopoli, frazione di Rosello. Qualche giorno fa alcuni di loro lo incontrano e gli fanno l’audace proposta: vuoi diventare primo cittadino di Rosello? Moccia, prima di dire sì, si accerta delle reali motivazioni e alle agenzie giornalistiche spiega: «Quando mi hanno chiesto di impegnarmi ho voluto sapere come fosse venuta fuori l’idea e loro mi hanno raccontato che stavano in autostrada e hanno visto il mio ultimo libro alla cassa. In quell’occasione spontaneamente hanno fatto sapere che io sono un assiduo frequentatore di Rosello riscontrando il grande interesse del loro interlocutore, deciso ad andare a Rosello per avere un mio autografo. Così hanno pensato che io potessi richiamare molta attenzione su questo paesino ritenendo, quindi, che potesse essere utile per far conoscere le sue bellezze. A quel punto non mi potevo tirare indietro. Se posso fare qualcosa di buono, io lo voglio fare e con piacere».
Nessuno può avere la presunzione di dire a priori che Federico Moccia non possa essere in grado di fare il sindaco né che non sia spinto da reali intenzioni politiche. Probabilmente gli si era accesa una lampadina già quando Alemanno, il sindaco della Capitale, lo aveva convocato per chiedergli suggerimento sul da farsi riguardo alla spinosa situazione dei lucchetti a Ponte Milvio. Moccia a buon diritto avrà pensato che dove mettere i lucchetti degli innamorati fosse una questione prioritaria nell’amministrazione comunale.
La lista che lo vedrà ospite si chiama Autonomia e libertà. Esiste da anni a Rosello e, con lo stesso nome, è presente anche in altri comuni d’Italia. Autonomia e libertà sono parole lapidarie, il significato è chiaro ed evidente. In una amministrazione comunale la parola autonomia risponde all’esigenza di essere svincolati dai partiti e libertà non ha bisogno di definizioni. Autonomia e libertà, un chiaro appello allo Stato centrale da parte delle amministrazioni periferiche, appello in cui si ritrova il sentimento generale di cittadini esausti rappresentati da chi non li rappresenta più. Di fronte a queste istanze, però, suonano stonate le dichiarazioni e le motivazioni che ruotano intorno alla candidatura di Moccia. Alessio Monaco, sindaco uscente e capolista di Autonomia e libertà, dice che «in un momento di difficile crisi economica e sociale, una figura di spicco nel mondo della cultura sarà senz’altro un significativo contributo alla crescita di un piccolo comune». Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti, aggiunge che questa è «una candidatura che sa di cultura, di notorietà e di apprezzamento». Dietro a questa richiesta ruota un unico messaggio: la popolarità.
Non importa il curriculum, il programma, il merito, le motivazioni. Importa solo se il candidato è famoso. Dopo diciassette anni di Berlusconi che dell’immagine ha fatto il suo vessillo, dopo ministri, deputati, segretari, dirigenti e quant’altro nominati non per merito, ma per interessi personali, dopo figli di leader diventati trota – perché non erano in grado di diventare delfini – con titoli di studio ottenuti a loro insaputa, dopo governi di destra e sinistra (o presunti tali) che ci hanno buttati al limite della miseria, economica e culturale, la grande svolta per recuperare autonomia e libertà risiede nella candidatura di uno scrittore di romanzi rosa?
Come direbbe la Sora Lella, annamo bene, proprio bene!
Ildegarda – Perché porto il nome di donna
In occasione della presentazione del libro
I Laic – Un anno di Cronache Laiche
“Ildegarda – Perchè porto il nome di donna”
Monologo scritto e interpretato da Sara De Santis
Aleph – 24 marzo 2012
Orgoglio Ateo
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Orgoglio Ateo
27 marzo 2012
Mentre a New York continua l’Occupy Wall Street, sempre negli Usa si è tenuta la prima grande manifestazione degli atei. Sabato 24 marzo, lungo il National Mall di Washington D.C., si sono incontrate più di 20.000 persone per ilReason Rally, il raduno della ragione.
David Silverman, presidente dall’Associazione Atei Americani e David Niose, presidente dell’Associazione Americana Umanisti, sono i promotori del meeting da loro stessi definito la “Woodstock degli atei”. Sul sito del Reason Rally lo scorso 14 settembre appare l’invito a partecipare al primo incontro che vuole mettere insieme tutte le organizzazioni laiche del Paese. Ed effettivamente hanno poi aderito tantissime associazioni e organizzazioni umaniste, laiche ed atee americane. Presenti sul palco uomini di scienza, blogger, studenti, musicisti, attori, scrittori e registi. Nonostante la pioggia la manifestazione si è tenuta come previsto, si sono alternati brevi e sentiti discorsi dei relatori e interventi artistici dei vari performer presenti. Gli ospiti di punta sono stati lo scienziato biogenetico Richard Dawkins, autore di numerosi libri e creatore della Fondazione Richard Dawkins per la Ragione e la Scienza; il cosmologo e astrofisico Lawrence Krauss; Taslima Nasrin autrice di oltre trenta libri, attivista per la parità tra i sessi e i diritti umani; la leggendaria rockband californiana Bad Religion.
La connotazione pacifista è palese e sarebbe stato assurdo pensare il contrario, visto il nome che porta la manifestazione, raduno della ragione. La folla – costituita anche da anziani e bambini – munita di ombrelli e impermeabili, riunita sotto il palco ha partecipato sorridente e composta, confermando le parole del blogger Hemant Metha: «La verità è che ogni volta la parola ateo è sempre accompagnata da un aggettivo negativo “ateo arrabbiato, “ateo militante” “ateo irriducibile” e ciò deve cambiare. Ci sono anche atei sorridenti e felici».
E’ la prima volta nella storia che accade un evento di questo genere, in particolare nella religiosa terra americana. Persone provenienti da diverse parti dell’America centrale si sono date appuntamento per chiedere che siano rispettati anche i diritti costituzionali degli atei. Molti partecipanti hanno mostrato il cartello “Sono ateo e voto” questo perché negli Usa non è mai esistito un presidente non religioso o che non abbia mostrato pubblicamente la sua appartenenza religiosa. Anche tra i candidati premier alle prossime elezioni non risulta esserci alcun ateo. Al Reason Rally ha partecipato un solo politico, il democratico Pete Stark, il che la dice lunga sul tabù americano riguardo all’ateismo. Essere ateo secondo i politici americani evidentemente non è vantaggioso per l’accumulo di voti, anche se, spiega David Niose, «l’American Religious Survey, che è il più accurato censimento delle credenze religiose, stima a 34 milioni gli americani che non aderiscono ad alcuna religione, cioè il 15% della popolazione. Hanno un orientamento politico prevalente atei, agnostici e non-credenti che hanno votato per il 75% in favore di Barack Obama nel 2008. Poche constituency sono così compatte. Eppure anche i politici di sinistra li ignorano».
Si spera che da questo momento in poi la presenza dei laici e degli atei tra gli elettori verrà presa maggiormente in considerazione, ora che si sono rese evidenti la loro presenza e le loro istanze. Non sarebbe male se un giorno anche gli italiani prendessero esempio dai cugini americani mostrando al mondo il proprio orgoglio ateo, così nelle piazze come nelle Istituzioni.
QuartaDimensione 4 Kids – Due concerti
Cinque voci e percussioni
Storia musicale che accompagna i bambini attraverso il tempo
Un fantastico viaggio dal popolare, tradizionale, medioevale, classico,
contemporaneo, brani originali alle sigle di cartoni animati
QUARTA DIMENSIONE 4 KIDS
con
Alessandro Quarta – Alberto Berettini – Sara De Santis
Alessio Moncelsi – Susanna Ruffini
25 marzo 2012 – ore 11,00 e ore 16,30
piazza Giustiniani, 4
Scuola Popolare di Musica di Testaccio – Roma
Presentazione I LAIC @ Aleph
24 marzo 2012
Presentazione di I LAIC il libro di Cronache Laiche
con interventi artistici a cura di
Carlo Cosmelli, Sara De Santis, Paolo Izzo
Special guest:
Giordano Bruno – Alain Turing – Ildegarda di Bingen
Per saperne di più raggiungici presso Aleph
ore 17 in via Savona 13a – Roma
*Per chi vuole trattenersi, segue serata aperitivo
Quando il nemico è in famiglia
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Quando il nemico è in famiglia
13 marzo 2012
La politica in questi giorni si scontra animatamente sul tema della famiglia, discutendo su quale combinazione di generi sessuali abbia più diritto a formare il nucleo familiare. Così, tra famiglia tradizionale, di fatto e omosessuale, si divide nettamente in previsione delle prossime elezioni, trascurando il particolare che forse gli italiani non ritengono che sia questo il problema che affligge il nostro Paese. Almeno non in questo momento.
Se proprio si vuol parlare di famiglia, allora sarebbe opportuno discutere della grave disfunzione che ipocritamente si tende a nascondere, cioè la violenza all’interno della famiglia. La violenza domestica, che può essere fisica, psicologica, sessuale e economica, è parte integrante della nostra cultura, tanto quanto il modello della “sacra” famiglia. Contrariamente a quanto si pensi, è molto diffusa, a volte ne parlano i giornali, più spesso ne parlano i vicini di casa, altre volte si viene a conoscenza di fatti scioccanti da confidenze private. Solo le vittime, se maggiorenni, possono sporgere denuncia e difficilmente accade. I motivi sono diversi, principalmente culturali e psicologici. A volte non si capisce che si sta subendo violenza, per esempio quando si tratta di violenza psicologica, più spesso se ne ha una consapevolezza chiara, ma manca il coraggio di denunciare per non compromettere il rapporto con il carnefice, per paura di ripercussioni, per vergogna o perché si pensa di essere colpevoli. In linea generale non sono corrette o mancano del tutto informazioni sull’assistenza che si può ricevere, come quella medica, giudiziaria e psicologica.
La Asl 4 di Prato, che da gennaio 2012 partecipa alla sperimentazione del progetto regionale“Codice Rosa”, ha registrato 39 casi di violenze in famiglia in soli due mesi, cioè una media che va oltre una vittima ogni due giorni. La maggioranza sono donne, ma sono stati registrati anche casi di due uomini, tre bambini e un adolescente. Lo sportello, costituito da professionisti di diverse discipline (medici e infermieri del Pronto Soccorso, ginecologi, psichiatri, psicologi, pediatri e assistenti sociali), cerca di garantire la massima tempestività per l’accoglienza, l’assistenza e la cura delle vittime di violenza. La Procura e le Forze dell’Ordine condividono con il personale sanitario tutte le iniziative per la presa in carico della vittima.
Le donne sono le principali vittime di violenza e proprio a pochi giorni di distanza dalla Giornata internazionale della Donna, alcune notizie di cronaca ci ricordano perché non è appropriato parlare di “festa” della donna. Una ragazza di Eboli, da quando aveva 13 anni, subisce violenze fisiche e sessuali da parte del padre. Dopo sette anni, sostenuta dal fidanzato, oggi ha deciso di sporgere denuncia. I Carabinieri e la Procura di Salerno sabato scorso hanno arrestato il padre e anche la madre, che era a conoscenza delle violenze, ma non ha protetto la figlia né denunciato il marito, quindi è accusata di complicità omissiva. Le indagini sono state aperte un mese fa e da allora sono state raccolte numerose prove e testimonianze che hanno portato all’arresto dei genitori della ragazza.
Ieri, in Pakistan la giovane Nabila è stata arrestata perché ha gettato dell’acido sul viso delfidanzato Mohshin, il quale da tempo la violentava e la umiliava vantandosi con gli amici della natura del loro rapporto. La ragazza esasperata ha reagito alla violenza punendo il fidanzato nello stesso modo in cui generalmente in Pakistan vengono punite le donne, deturpando il suo volto con l’acido. Nabila adesso rischia l’ergastolo ed è l’unico motivo per cui le violenze che ha subito hanno fatto notizia.
E’ impressionante come il Pakistan, che notoriamente giudichiamo un Paese distante dalla nostra cultura, in questo caso sia particolarmente affine. I casi di denuncia debbono farci riflettere e discutere e soprattutto devono essere resi noti per dare coraggio e speranza a tutti coloro che quotidianamente sono chiusi nella prigione della propria famiglia, convinti di non poterne uscire. Ospedali, associazioni, centri antiviolenza danno quotidianamente assistenza tramite sportello o numero dedicato 24 ore su 24. Spesso ad essi sono legati avvocati e psicologi molto competenti che offrono prestazioni professionali gratuitamente.
Il primo passo verso la soluzione è uscire dal silenzio.
Sara De Santis
Aldrovandi, ora la madre diventa imputata
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Aldrovandi, ora la madre diventa imputata
28 febbraio 2012
Federico Aldrovandi, morto a 18 anni per mano di quattro poliziotti, non riesce ancora a trovare pace. Sua madre Patrizia da vittima oggi diventa imputata. Il prossimo primo marzo infatti si terrà la prima udienza del processo contro di lei, a seguito di una querela per diffamazione sporta dalla pm che svolse le prime indagini.
Federico è stato ucciso a Ferrara il 25 settembre 2005 dai poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Confermano la condanna per omicidio la sentenza in primo grado e quella in appello. A giugno quasi sicuramente darà conferma definitiva di colpevolezza anche la Cassazione.
La madre, Patrizia Moretti, ha aperto un blog poco dopo la morte del figlio, un blog che è molto più di un diario, è una finestra aperta sulla vicenda pubblica e privata del caso Aldrovandi. Si trova tutto in quei post, le fasi lente dei vari processi descritte minuziosamente, il dolore e il ricordo dei genitori, le foto di Federico bambino o cadavere, i commenti che esprimono solidarietà e rabbia, gli appuntamenti agli incontri pubblici di Patrizia con i parenti di altre vittime come Stefano Cucchi e Giuseppe Uva e anche le sue dichiarazioni, più o meno politicamente corrette. E’ un blog commovente attraverso il quale si comprende fino in fondo l’ingiustizia di questa morte, si capisce come non sia possibile trovare pace solo attraverso l’esito di un processo.
Patrizia Moretti dichiara da subito le sue perplessità su come procede l’inchiesta anche sui giornali, in particolare su Nuova Ferrara, giornale locale che segue il caso Aldrovandi sin dall’inizio e con particolare attenzione. Ed è proprio a lei e a Nuova Ferrara che arriva nel 2010 la querela per diffamazione da parte di Mariaemanuela Guerra, la pm a cui era stato affidato inizialmente il caso. Non è la prima volta che la mamma di Federico si vede recapitare notifiche di querela, molte da funzionari della Questura di Ferrara. Addirittura sono stati querelati anche semplici utenti che lasciavano commenti sul blog, che per paura di finire in Tribunale, hanno pagato direttamente. Questo caso è però eclatante perché a sollevarlo è un pm e quello che ha avviato il caso Aldrovandi. Patrizia Moretti infatti a pochi giorni dalla prima udienza si sfoga con parole forti: «Non capisco, davvero non capisco dove si voglia arrivare con le querele per diffamazione a carico della famiglia della vittima, a carico di chi scrive un commento o di chi pubblica un articolo. Forse cambierà la realtà dei fatti? No. L’unico morto è Federico. Vorrei si avesse rispetto per lui e per la sua giovane vita perduta. Per il dolore di tutti noi. Per un omicidio che ha assunto una rilevanza socialeproprio perché insabbiato. Chi querela ora è un magistrato. Ma cosa si sta cercando? Quale giustizia? Non vedo nessuna giustizia in una sua assenza durata mesi. Amaramente penso che chiquerela le vittime non cerchi giustizia, ma affermazione di potere».
Il caso Aldrovandi vede incastrarsi al suo interno processi per depistaggi e omissioni, anche con condanne a poliziotti. A buon diritto quindi Patrizia Moretti parla di insabbiamento. Abbiamo sempre sospettato che negli ambienti militari, della pubblica sicurezza o dei servizi segreti ci si copra a vicenda se il colpevole fa parte della categoria, ma in particolare dopo il caso Aldrovandi queste realtà scomode sono sotto gli occhi di tutti e non è possibile far finta che non siano reali, casi limite ma oggettivamente reali. Ovviamente solo dopo l’esito di un processo si può dire chi sia il colpevole, però è doveroso dare maggiore eco a situazioni gravi come queste e chiedere la partecipazione della collettività. Oggi l’opinione pubblica conosce i dettagli dei casi di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli e Gabriele Sandri. Le loro foto, spesso scattate subito dopo l’omicidio, sono la disperata richiesta d’aiuto, il tentativo di non far cadere nel silenzio omicidi gravissimi e di far vedere come davvero sono andate le cose. Questo accade soprattutto grazie ai genitori di Federico. Probabilmente questa sensibilizzazione ha dato una spinta al caso di Gabriele Sandri, che si è risolto abbastanza velocemente. Gabriele, conosciuto ai più come il tifoso della Lazio, è stato ucciso l’11 novembre 2007 dall’agente di polizia Luigi Spaccarotella, che il 14 febbraio 2012 la sentenza della Cassazione ha condannato per omicidio volontario.
Nel caso della querela a Patrizia Moretti e al giornale Nuova Ferrara si aspetterà ovviamente la sentenza per giudicare chi abbia ragione, resta comunque la sensazione che sia mancato il buon senso – o quantomeno il buon gusto – nel trasformare la vittima di un reato gravissimo in imputata per un’inezia.
Pro vita, non importa come
Pro vita, non importa come
14 febbraio 2012
Il TAR del Piemonte respinge il ricorso presentato contro il provvedimento del governatore Cota, che prevedeva la presenza obbligatoria di volontari “pro vita” in consultori e ospedali pubblici piemontesi. Sembrava che il vento stesse cambiando nel 2011 quando fu presentato il secondo ricorso al TAR (dopo che il primo era stato accolto, ma quattro giorni respinto perché rettificato). Per esempio, Andrea Stara, consigliere regionale PD, aveva dato vita a una petizione che ha raccolto più di 6.000 firme e promosso la campagna di informazione chiamata Dillo a Cota, che ha visto inviare al governatore piemontese decine e decine di cartoline raccolte nelle piazze torinesi. Molte voci di assessori e consiglieri piemontesi si sono unite, nonostante le differenze di bandiera, a difesa della libertà laica nei consultori. Ma soprattutto, la Casa delle Donne di Torino in questi anni ha creato una fitta rete di associazioni, con la quale ha organizzato anche una protesta di piazza lo scorso 21 gennaio, in prossimità del verdetto del TAR, volto a sensibilizzare e informare i cittadini torinesi.
Nonostante la dura battaglia, Cota ha vinto. Finalmente può mettere una crocetta sul suo programma alla voce “difesa della vita”, uno dei punti forti della sua campagna politica, assieme alla “famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna” e al “potenziamento della TAV”. Cota dichiara di essere soddisfatto e, anzi, si chiede come mai qualcuno abbia voluto bloccare una iniziativa che avesse solo un valore positivo. E’ quindi pronto ad allinearsi al modello lombardo di Formigoni, che dal 2010 ha offerto un assegno alle donne che dichiaravano di voler rinunciare all’aborto, una sorta di aiuto alle mamme che fanno ricorso all’interruzione di gravidanza per problemi economici. Con il completo appoggio del PDL, la giunta piemontese può finalmente «rimuovere ogni ostacolo economico alla vita» dichiara Gianluca Vignale, ex AN, ora consigliere regionale PDL, «aiutando le mamme in difficoltà anche dopo il parto e nei primi mesi di vita del figlio», cioè donando loro 250 euro al mese per 18 mesi.
Sono lecite le critiche sul criterio adottato in merito a tale aiuto, che non si basa sul reddito, ma sulla scelta ideologica. Una ingiustizia sociale clamorosa che contraddice fortemente i valori di rispetto e responsabilità della campagna “pro vita”. Ovviamente sorgono anche parecchi dubbi sulle donne che potrebbero sfruttare l’occasione di percepire l’assegno in modo scorretto, cioè richiedendo un’interruzione di gravidanza che non vorranno mai realmente portare a termine. A questo proposito il radicale Silvio Viale, responsabile del servizio IVG (interruzione volontaria gravidanza) dell’Ospedale Sant’Andrea di Torino, solleva la questione spinosa dicendo che «chi parla di “aborti per motivi economici” deve sapere che, tra le oltre 50.000 gravidanze piemontesi (nel 2009 9.485 IVG, 38.482 nati + gli aborti spontanei ), è probabile che il premio finirà a ben poche donne che volevano davvero abortire. Quante saranno quelle che chiederanno di abortire, che attiveranno le procedure per l’IVG, faranno gli esami, magari rinvieranno l’intervento, sapendo che possono rinunciare fino all’ultimo momento? Del resto, come contestare l’ingiustizia per quelle donne che, nelle stesse difficoltà, non chiederanno di abortire e sceglieranno di non abortire senza ricevere il premio?».
Il problema è chiaramente molto complesso se parliamo di persone che hanno difficoltà economiche serie e che addirittura decidono di rinunciare a un figlio per questo. Sicuramente alle spalle c’è la mancanza di lavoro, del sostegno della famiglia, del padre del bambino oppure ci sono semplicemente già altri figli da mantenere che gravano sul bilancio familiare. Nessuno dice come faranno queste donne ad aver risolto magicamente i loro problemi dopo i primi 18 mesi se manca il lavoro, un sussidio dignitoso ai disoccupati, asili nido e tutta la struttura sociale che dovrebbe sostenere la famiglia, non solo nelle campagne elettorali.
Sesso in cambio di carriera: la storia si ripete
Sesso in cambio di carriera: la storia si ripete
31 gennaio 2012
Politico italiano chiede prestazioni sessuali a giovani donne avvenenti in cambio di regali e offerte di lavoro nello spettacolo e nella moda. No, non è di lui che stiamo parlando, ma di Paolo Campiglio, presidente del Consiglio comunale di Legnano, incarico dal quale si è dimesso non appena è esplosa la notizia. Quello che potrebbe sembrare il solito caso del politico che abusa del suo ruolo, in realtà è un po’ più complesso e a tratti ridicolo.
Nel dettaglio cosa combinava Paolo Campiglio alias Bulgari? Si fingeva un ricco imprenditore (tra l’altro l’originale ha 70 anni), conosceva ragazze sul web e le invitava in un lussuoso albergo di Milano. Faceva loro costosissimi regali, ostentava potere e ricchezza, poi offriva promesse di lavoro per conto di casa Bulgari, quindi le invitava in camera per verificare che fisicamente fossero adatte, cioè le faceva spogliare e poi tentava avances, a volte rifiutate, a volte corrisposte. Le ragazze, a distanza di tempo, capivano di essere state prese in giro, pur rimanendo convinte di aver avuto a che fare davvero con Paolo Bulgari. Una doppia truffa a tutti gli effetti.
Che l’uomo sia un politico è un’aggiunta e rende il quadro più grottesco. Paolo Campiglio, 37 anni, ricco di famiglia, anzi ricchissimo, è stato coordinatore dei giovani di Forza Italia a Milano e ora è eletto a Legnano nel Pdl. Dovrebbe essere il cosiddetto nuovo che avanza, ma sembra che di nuovo non ci sia molto e che ad avanzare siano solo le solite vecchie abitudini. Anche se i particolari sono differenti e in più c’è la variante della falsa identità, questi tentativi miseri di rimorchiare le donne o di vivere la sessualità in modo forte sono molto diffusi, soprattutto in politica. I più recenti riguardano ovviamente Berlusconi, ma anche il deputato americano Anthony Weiner che pubblicava su Twitter le sue foto osè o il Presidente della Fia Max Mosley che è stato ripreso in cinque ore di video mentre praticava sesso sadomaso.
Per i teenager il sesso inizia online
Per i teenager il sesso inizia online
17 gennaio 2012
Un quattordicenne di Catania ha creato un sito su cui pubblicava foto sexy di ragazze minorenni. La Polizia postale, che ha indagato sul caso e poi ha chiuso il sito, ha scoperto che il ragazzo lo gestiva dalla biblioteca comunale perché non si arrivasse a lui e che usava le foto di ragazze ignare, pare tutte alunne di una scuola lombarda. Le ragazze si erano fotografate nude o in pose osé con i propri cellulari e avevano inviato in rete le immagini. Le precoci ragazzine hanno fatto il cosiddetto sexting, ovvero sex-texting, lo scambio di foto a sfondo sessualeattraverso il cellulare o la rete. Il ragazzo catanese evidentemente ha scaricato le immagini e le ha rese pubbliche o ancora più pubbliche.
Il caso coincide con quanto emerge proprio negli ultimi giorni dalla ricerca di Save the Children “Sessualità e Internet: i comportamenti dei teenager italiani“. Secondo la ricerca, il 4% di ragazzi e ragazze italiani fra i 12 e i 14 anni dichiara esplicitamente di inviare spesso fotografie di sé nudi o in pose sexy. Il dato è basso e presumibilmente non realistico perché quando invece si chiede loro un parere su quanto sia diffuso tra gli amici l’invio di video o immagini di sé nudi, allora la percentuale sale vertiginosamente al 22%. Il primo messaggio un po’ osé, con sottintesi e riferimenti sessuali, è stato inviato per il 47% tra i 10 e 14 anni. Le abitudini più diffuse sono l’invio di messaggi con riferimento al sesso, guardare video o immagini porno o erotici su Internet, dare il proprio numero di telefono ad “amici” su Internet, pubblicare foto o video dei propri rapporti sessuali e avere rapporti intimi con qualcuno conosciuto solo in rete.
«Quello che colpisce – dichiara Raffaela Milano, responsabile Programmi Italia e Europa di Save the Children – è che questi giovani si dichiarano consapevoli dei rischi e dei pericoli nei quali rischiano di incappare. Le molestie ricevute vengono segnalate come un problema all’ordine del giorno da circa un terzo degli intervistati, così come l’alta probabilità di imbattersi in maniaci o squilibrati in caso di scambio di immagini a contenuto sessuale». Non è quindi l’informazione a fare da deterrente. Anzi, la consapevolezza rende i ragazzi in un certo senso ancora più sicuri e senz’altro maggiormente capaci di mentire ai propri genitori sull’utilizzo reale che fanno della rete.
A questo proposito è bene ricordare l’indagine svolta alla fine del 2011 da EU Kids Online Network su 25 paesi europei, che ha interessato circa 25.000 ragazzi tra i 9 e i 16 anni e i loro genitori. Il dato più impressionante svela che il 70% dei genitori ignora le capacità informatiche dei figli e, soprattutto, quello che fanno davanti al pc. Dalla ricerca emerge che Internet fa parte della vita di quasi tutti i ragazzi, di cui la maggior parte si connette quotidianamente. Anche questa ricerca conferma dati elevatissimi sul sexting, sulla visione di materiale pornografico e sull’incontro reale di persone conosciute in rete.
L’immagine che ne viene fuori è di adolescenti e preadolescenti che davanti a uno schermo vivono con grande anticipo la scoperta sessuale e in perfetta solitudine. Sottolinea Raffaella Milano di Save The Children che «le motivazioni che spingono i ragazzi sembrano essere afferenti più alla sfera dell’autostima e dell’affermazione di sé stessi che il frutto di una valutazione attenta e lucida e questo sembra confermare come l’utilizzo di Internet e cellulari sia fortemente influenzato dalla sfera delle relazioni e delle emozioni».
C’è da notare che non solo Internet accelera la naturale curiosità intorno alla sfera sessuale, ma soprattutto dà spazio all’esigenza di essere visibili e riconosciuti dalla gente. Per essere popolare e quindi avere click o raggiungere un numero altissimo di amici in rete – e forse amici reali – questi ragazzi usano il sesso come fattore determinante per attirare l’attenzione. Avendo assimilato facilmente dai media che il sesso attira, usano il corpo per colmare le naturali insicurezze da adolescente.
I genitori dovrebbero prepararsi a ben altro tipo di approccio. Inutile continuare a spiegare i rischi o vietare l’accesso alla rete, non c’è niente di più attraente dello spirito di contraddizione. Semmai sarebbe più opportuno, dopo aver conosciuto bene le abitudini dei propri figli, lavorare sulla loro autostima e sull’accettazione di sé, come tutti i genitori hanno dovuto – o avrebbero dovuto – fare con i figli adolescenti, a prescindere da quanto fossero stimolati dal mondo esterno. Respirare. E mai dimenticare che anche i nostri genitori dicevano “ai miei tempi era diverso”.
Sara De Santis
La Chiesa del “Kopimismo”
La Chiesa del “Kopimismo”
11 gennaio 2012
Scaricare da Internet film, musica e ogni genere di file per molti è un diritto, ma per altri è addirittura un credo. Nel 2010 in Svezia, infatti, un gruppo dikopimi (da copy me, letteralmente copiami), adepti del culto del libero copiare, hanno fatto espressa richiesta al governo di riconoscere la loro fede come religione ufficiale. Dopo due tentativi falliti, oggi La Kammarkollegiet, cioè l’organo statale per la registrazione delle comunità religiose, riconosce ufficialmente la Church of Kopimism, la Chiesa del Kopimismo, fondata da Isak Gerson, studente di Filosofia.
Per la Chiesa del Kopimismo «l’informazione è sacra» e condividerla o copiarla deve essere considerato un sacramento. I kopimi sono più di 3.000 e dall’approvazione del loro credo aumentano a vista d’occhio. La religione che nasce in Svezia vanta già numerose adesioni in tutto il mondo. Sul sito ufficiale sono indicati i link di riferimento ai siti dei kopimi di altri Paesi, tra cui quelli americani, canadesi, francesi, russi. Il logo è Ctrl+C e Ctrl+V (copia e incolla) ed è caldamente consigliata la diffusione e l’utilizzo libero, ovviamente.
In Svezia è facile ottenere il riconoscimento di una nuova religione, in particolare da quando, nel 2000, la Chiesa di Svezia non è più religione di Stato. E’ rischiesta solamente la registrazione di un’organizzazione che svolga attività religiosa, ma non è compito poi del governo valutarne la natura. Non bisogna pensare che questa sia una mera provocazione, come può essere il Pastafarianesimo o l’Invisibile Unicorno Rosa. In realtà è molto di più. Le leggi svedesi riguardo al file sharing sono particolarmente restrittive e prevedono pene severe per chi scarica o condivide in rete materiale coperto da diritto d’autore. Sono altrettanto severe però le leggi sullaprivacy, perciò il materiale scaricato da un adepto del Kopimismo, essendo sacro e privato, non può essere considerato prova di pirateria. Con questo cavillo i kopimi, strettamente legati al Partito dei Pirati, strenui difensori del diritto al copyleft, sperano di raggirare la legge contro la pirateria e rendere più libera la navigazione in rete. Il fondatore Isak Gerson è convinto che questa decisione li ha «rafforzati molto e che sia possibile andare avanti». Dichiara inoltre in un’intervista rilasciata al giornale svedese The Local: «C’è ancora tanta gente preoccupata di finire in prigione per la copia di un file o per un remix. Mi auguro che grazie al Kopimismo tutto questo possa cambiare».
Mentre in Svezia si trovano singolari escamotage per liberalizzare il file sharing, negli USA pare invece sia alle battute finale il SOPA (Stop Online Piracy Act), la ferrea proposta di legge anti-pirateria in discussione al Parlamento da maggio del 2011. Fortemente sostenuta da case discografiche, cinematografiche e farmaceutiche, la legge propone un’azione legale contro chi viola il diritto d’autore – in primis i siti Internet – con una pena che può arrivare fino a cinque anni di carcere. Già sono pronte azioni di protesta da parte di Google, Wikipedia, Amazon, PayPal, riunite nel NetCoalition, gruppo di società del settore che sta spingendo contro una proposta che – secondo loro – limiterebbe la libertà in rete.
Sembra che una delle discussioni più animate negli ultimi tempi sia a buon diritto il mondo di Internet: la lotta tra copyright e copyleft che tocca interessi commerciali con cifre da capogiro; leggi-bavaglio o presunte tali che entrano nelle campagne elettorali; discussioni infinite sui danni o sui benefici provocati dai Social Network; movimenti che nascono e si sviluppano grazie alle rete in paesi culturalmente e politicamente repressi.
Senza cadere preda di facile demagogia, l’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto informatico, ricorda semplicemente che, prima di ogni cosa, l’accesso alla rete è un diritto umano. Da oggi sappiamo che è anche un sacramento. Allora, parafrasando un immaginario sant’Agostino moderno, non possiamo che recitare: «Copia e fa’ quel che vuoi».
# 10 cose che ho imparato nel 2011
- Il perdono non è dimenticare, ma saper convivere con il ricordo del dolore
- I capelli corti e ricci raccontano di me
- L’inglese è dentro di me, ma non ricordo dove
- Ho un ottimo istinto e dovrei farci l’abitudine, invece di dirmi “l’avevo detto”
- In realtà sono una boho chic indecisa tra Ugg e Louboutin
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Don Verzè non badava ai mezzi. E si è visto
Don Verzè non badava ai mezzi. E si è visto
3 gennaio 2012
Il 2011 porta tra i suoi defunti nomi importanti e come sempre di alcuni si sentirà la mancanza, di altri meno, di alcuni si parlerà nei libri di storia, di altri non se ne parlerà più. Il 31 dicembre chiude la rosa dei nomi il novantunenne prete-imprenditore don Luigi Verzè che, arrivato per ultimo, ruba la scena a tutti gli altri facendo parlare di sé per i motivi più svariati.
Ieri si è celebrato il suo funerale a Illasi (VR) davanti a un migliaio di persone. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che ha presidiato la funzione, ha dichiarato che don Luigi era «solitario come tutti i geni», ma ha aggiunto: «Quando mirava a un obiettivo […] non badava ai mezzi, pur di conseguirlo». Ha ragione monsignor Zenti, non badava ai mezzi don Verzè, anche quando questi prevedevano corruzione, amicizie poco raccomandabili, spese folli. Per don Verzè tutto è stato sponsorizzato dalla Divina Provvidenza. Usava dire: «Io vado avanti. Se la Provvidenza mi segue, continuo ad andare avanti. Finora mi ha sempre seguito». Forse non si è girato a controllare se era proprio la provvidenza quella che lo seguiva mentre acquistava un jet privato, costruiva una cupola da 200 milioni di euro, un ufficio da 4 (con dentro uno zoo), ville in Costa Smeralda o aziende agricole di frutta esotica in Brasile. Non badava ai mezzi e forse non li sapeva neanche usare così bene, se la Fondazione San Raffaele ora sta fallendo.
Don Verzè quaranta anni fa aveva creato il fiore all’occhiello della ricerca e della sanità italiana, un Policlinico formato dai migliori medici e un’ottima Università, che ora invece si trova sulle spalle un debito da 1 miliardo e mezzo di euro. Tangenti, abusi edilizi, sprechi ingiustificati stanno venendo inesorabilmente a galla. Mario Cal, braccio destro di don Verzè, è stato promotore del crac finanziario della Fondazione e per questo si è suicidato lo scorso luglio. Pierino Zammarchi, il costruttore di fiducia del gruppo San Raffaele, assolto da poco dall’accusa di prestanome del camorrista Enzo Guida, ora è indagato per sovrafatturazione assieme ad altri imprenditori. Sono coinvolti anche uomini d’affari, come Daccò, che risultano essere beneficiari del denaro occulto. Le accuse sono di bancarotta fraudolenta e società a delinquere.
Poiché le fondazioni senza fini di lucro non hanno l’obbligo di presentare bilancio, le banche e i fornitori hanno prestato credito senza conoscere la reale situazione finanziaria. E’ singolare che una fondazione con struttura societaria come il San Raffaele, che ha sotto di sé una miriade di società partecipate, possa godere degli stessi vantaggi di una fondazione che fa beneficenza. E’ assurdo che la Fondazione, che riceve più di ogni altro Istituto di Ricerca finanziamenti pubblici e privati, non riesca a sbarcare il lunario. Non ha un buon curriculum don Verzè, eppure Nichi Vendola fino allo scorso luglio, cioè prima che esplodesse il caso sulla bancarotta, voleva far chiudere due ospedali pubblici per far aprire un San Raffaele (di fatto privato) a Taranto. Ovviamente a spese dei contribuenti.
Lo Stato italiano è stato spesso finanziatore delle opere di Verzè. Ad esempio, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, durante i governi Craxi e Andreotti, furono elargiti 17 miliardi di lire per la fondazione del San Raffaele a Salvador de Bahia, in Brasile, ospedale che risulta filantropico – e quindi gode dell’esenzione dalle tasse – ma in realtà è privato. Di recente la Simest, società controllata al 76% dal Ministero dello Sviluppo Economico italiano, compra il 31% della VDS, fazenda brasiliana di don Verzè, che produce ed esporta mango e uva senza semi. Una delle ultime delibere del caro ministro Scajola. Chissà se anche queste imprese cadranno in bancarotta? Sarebbe interessante saperlo visto che i vizi e le idee geniali di don Verzè sono anche a carico nostro.
Quando si è saputo della morte di don Verzè alcuni cinici si sono quasi rallegrati, pensando ad una forma di giustizia. Non c’è nulla da gioire, invece, perché non sapremo mai cosa c’è dietro le amicizie con Pollari e Pompa dei servizi segreti, con Berlusconi e gli affari poco chiari dell’edilizia milanese degli anni 70 e di oggi, i dubbi sugli appalti da parte di Formigoni. Non vedremo mai una reale giustizia per la bancarotta fraudolenta del San Raffaele visto che i principali responsabili sono morti, uno per cause naturali e uno per vigliaccheria. E, visti i progetti della Provvidenza, non c’è da sperare neanche nella giustizia divina.
Il vecchio don Verzè rappresenta insieme la Prima e la Seconda Repubblica, la Chiesa e lo Stato, l’italiano medio e l’alto borghese, l’inciucio nel pubblico e nel privato, il lusso e la miseria. In pratica,ci rappresenta tutti. Alla luce del fallimento del modello don Luigi Verzè, un incrocio tutto italiano tra don Camillo, Al Capone e l’Uomo del Monte, non ci resta che scrollarci di dosso questa cultura corrotta, clientelare e priva di prospettive. Vista la fine misera che riserva, sarà forse ora di provare strade nuove?
Quando il genere sessuale si evolve insieme alla società
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Quando il genere sessuale si evolve insieme alla società
20 dicembre 2011
La linea di lingerie del marchio Hema ha scelto come testimonial Andrej Pejic, modello serbo-croato di 19 anni. La particolarità è che il prodotto pubblicizzato non è un paio di boxer, ma un reggiseno push-up. Invece di usare una modella androgina, i curatori della campagna pubblicitaria hanno pensato di usare qualcosa di simile e per fare prima hanno chiamato direttamente un maschio. Il messaggio è chiaro: se può funzionare per un uomo, perché non su una donna con poco seno? Il marketing è ottimo, non si discute.
Andrej non è un travestito né una transessuale, ma semplicemente un ragazzo eterosessuale che può vestire a suo piacimento i panni di uomo o di una donna, restando credibile in entrambe le mise. E’ interessante come spesso nella moda – nel mondo dell’arte in generale – con facilità venganosdoganati tabù e pregiudizi, soprattutto sessuali. Protetto da un mondo dorato, Andrej può permettersi il lusso di essere ambivalente. Nella vita reale forse avrebbe più problemi. Lo dimostra il fatto che questa pubblicità non fa parlare di sé per il reggiseno, le cui funzioni sono ben note, ma proprio per la stranezza di chi lo indossa, che è appunto il nucleo della campagna pubblicitaria. E’ evidente che Andrej Pejic non rientra nel concetto di normalità, anche se sarebbe bello che lo fosse. Una ragazza, commentando la foto dello spot in rete, scrive: «Da quando vivo in America tutto mi sorprende molto meno. Quando si è circondati ogni giorno da migliaia di diversità, colori, forme, culture, difficilmente ci si sofferma su un particolare. Il bello o il diverso diventano veramente soggettivi. Solo andando aldilà dei pregiudizi, si riescono a cogliere molteplici sfumature». Non c’è bisogno di andare in America per ampliare le proprie vedute e soprattutto non è detto che in America sia così facile, essendo un Paese ricco di contraddizioni nel quale infatti abbondano conservatori, bacchettoni o perbenisti ipocriti. La ragazza però dice bene, le sue osservazioni sono la base di una cultura dove davvero la differenza è ricchezza. Un maschio vestito da ragazza è diversità, per questo può far ridere, ma anche far paura e si sa quanto la paura sia matrice di azioni incontrollabili. A rigor di logica perciò, anche se i pubblicitari di Hema hanno dimostrato che la polemica sul sesso di Andrej ha funzionato, quindi esiste, sono da ringraziare per aver portato un tocco di estro e di diversità nelle case della gente.
A proposito di diversità che fa capolino nel mondo della normalità, la compagnia aerea thailandese PC Air è la prima ad aver fatto volare quattro hostess transessuali dall’aeroporto Suvarnabhumidi di Bangkok a quello di Suratthani. Le trans – a dire il vero ben lontane dall’immagine di transessuale a cui siamo abituati – sono entrate a buon diritto nell’organico della compagnia dopo essere state scelte tra oltre cento candidati travestiti e transessuali. La compagnia ora ha quattro hostess transessuali, diciannove donne e sette steward. A voler essere maliziosi si potrebbe pensare che la scelta sia stata fatta non tanto per elargire possibilità a chi è normalmente discriminato, ma per accaparrarsi più clienti. È noto che la Thailandia è una tra le più ambite mete del turismo sessuale, quindi hostess transessuali potrebbero essere un ottimo richiamo. Se invece si vuol guardare la faccenda senza dietrologie, allora non c’è dubbio che è stato riconosciuto un diritto fondamentale: il lavoro.
Sarebbe bello se le transessuali e i travestiti – come accade, almeno ufficialmente, per gay e lesbiche – potessero essere integrati in tutte le tipologie di lavoro senza discriminazioni sessuali. Oltre a vedere una trans nel mondo dello spettacolo, ci piacerebbe poterle pagare una bolletta alle Poste, vederla insegnare nella scuola dei nostri figli o chiederle se il nostro volo da Roma a Milano farà ritardo. Sarebbe il modello di una cultura civile, dove la potremmo trovare, per esempio, nello spot dei biscotti. Senza però il vantaggio della polemica. Così, solo perché è normale che una transessuale – o un ragazzo vestito da donna – mangi dei biscotti.
di Sara De Santis













