Nomination Miglior Adattamento Voci nell’Ombra

È con grande gioia che ricevo la nomination per il miglior adattamento dei dialoghi italiani nella categoria cinema del film Noi (Us), regia di Jordan Peele, premio rilasciato da Voci nell’Ombra Festival Internazionale del Doppiaggio.
Ringrazio la giuria per avermi nominata, è un onore partecipare a un premio così prestigioso. E mi emoziona essere nominata assieme a due mostri sacri come Valerio Piccolo e Sandro Acerbo, ai quali faccio i migliori in bocca al lupo.
Una sorpresa, una grande gioia e una bella soddisfazione, comunque vada.
Grazie davvero!

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Ascoltando Jordan Smith: ma che voce incredibile!

Jordan SmithDa alcuni giorni sto ascoltando molto Jordan Smith, questo fantastico ragazzo di 23 anni che ha vinto la recente edizione di The Voice Usa.
Io non sono una fan dei contest vocali, The Voice o X Factor per esempio li seguo raramente e da lontano, giusto per restare informata, ma non li amo perché, a mio avviso, riducono molto il senso artistico del canto e tendono ad appiattire gli stili. Inoltre, non sopporto le liti, le votazioni e le scelte “di pancia” del pubblico, che poi alla fine non sono mai scelte di pubblico, ma solo dell’etichetta e del programma. Insomma, non sopporto la finzione che ruota attorno a questi programmi.
Credo ancora che un cantante debba essere scelto da una produzione e/o un’etichetta in cui lavorano veri professionisti che sappiano scegliere, prevedere, intravedere e sperimentare. Ma taglio corto, non è di questo che voglio parlare.

 

Jordan Smith mi ha fatto commuovere quando l’ho ascoltato per la prima volta, per caso, gironzolando in rete. Il brano era Somebody to love, dei Queen, cantato originariamente dal mio grande amore adolescenziale Freddie Mercury, la voce che per me rimane la voce assoluta e non solo perché l’ho amato nella e dalla adolescenza, ma perché davvero credo sia stato eccelso. Non mi soffermerò neanche a parlare di Freddie Mercury.

Torno a Somebody to love interpretata da Jordan Smith. Ecco, se mi ha fatto commuovere su questo brano, il cui confronto con Freddie Mercury appunto è spietato, allora vuole dire – oltre che probabilmente mi sta per venire il ciclo – che qui siamo di fronte al caso che va oltre la spettacolarizzazione della tv, oltre i contest, oltre il commercio, oltre l’immagine preconfezionata. Io personalmente mi commuovo solo quando sento l’anima, ok, ma penso proprio che abbiano voluto andare oltre anche gli organizzatori del programma. Non si fa vincere uno così se non si è sicuri che venderà una valanga di dischi ed è fantastico che abbiano deciso di alzare di gran lunga il livello. Questo grande professionista ha anima, non venderà solo dischi e noi siamo molto fortunati.

 

Jordan Smith a una voce pazzesca, un timbro delizioso, un’estensione incredibile, un’intonazione impeccabile (notare come il coro, per esempio all’inizio, non sia proprio intonato) ma a differenza di tanti talenti che passano nei vari contest (che devo dire negli ultimi anni accolgono ragazzi di una bravura eccezionale) questo qui ha proprio il fuoco sacro. E poi non si muove, non si atteggia e non scodinzola con la voce come fanno ormai quasi tutti. Ha una sua identità. E caspita, ne avevamo bisogno. Basta con i cloni!

 

Andando a spluciare su yotutube ho visto la differenza tra la prima esibizione e l’ultima (Somebody to love è cantata alla semifinale). Gli hanno cambiato il look, gli avranno detto che deve aprire gli occhi e guardare in camera e il pubblico, che deve muoversi, essere più istrionico, ma nonostante tutto, resta un personaggio a sé, con la sua voce splendida, la convinzione e la sincerità ad ogni nota emessa. E si vede, non solo si sente!

 

Spero davvero che questo gioiellino si conservi e maturi splendidamente, che aver vinto questa trasmissione importante non lo confini a un successo breve e commerciale, con un repertorio banalotto. Si merita canzoni straordinarie, una carriera lunga e varia.
Spero che abbia tante cose da raccontare con quella voce strepitosa che si ritrova, ne abbiamo tutti un gran bisogno.

 

Faccio il tifo per lui e per tutti coloro che amano l’arte, studiano, sono bravi e hanno qualcosa da dire e tanta bellezza da condividere.
Jordan Smith, mi raccomando, non mi far fare brutta figura!

 

 

(Jordan Smith mi ha fatto ricredere su The Voice, ma diciamo la verità, cioè che tutto è crollato quando ho scoperto che esiste un team di Adam Levine!)

Musica in Mostra a cura di Sara De Santis e Alessandro Quarta

MUSICA, VOCE, SUONO DIVENTANO OGGETTO D’ARTE ALLA MOSTRA SOGNO QUINDI SONO

Alessandro Quarta ha ideato e composto la sonorizzazione della mostra “Sogno quindi Sono”, per esplorare in un viaggio musicale i colori nascosti del sogno.

Sara De Santis ha scritto i testi musicali e ha curato e interpretato l’identità incerta di Vittoria, con il testo “Guardami”, per dare voce a un evocativo e misterioso ritratto abbandonato e ritrovato.

Assieme hanno realizzato entrambi i progetti e hanno dato vita, suono, parola e musica alle
espressioni visive della mostra “Sogno quindi Sono”.

Il vocal group Quarta Dimensione ha cantato e recitato diverse volte nei musei o nelle mostre.
La musica a cappella si adatta particolarmente bene agli spazi, all’acustica e ai temi espressivi
delle arti visive sia per una evidente facilità tecnica negli spostamenti durante un concerto
itinerante sia per l’impatto vocale che suscita suggestioni immediate ed evocative.
E’ nata presto l’esigenza di plasmare voce e suono al percorso artistico, di far divenire la
musica un vero e proprio oggetto d’arte. Alessandro Quarta e Sara De Santis del vocal group
Quarta Dimensione, dopo aver partecipato assiduamente come cantanti e attori alla mostra
“Le ragioni dello sguardo e il fotografo fotografato”, che si è tenuta da dicembre 2014 a
maggio 2015 al Granaio di Santa Prassede, hanno accolto con slancio l’invito di Maria Cristina Eidel a dare un contributo alla mostra successiva “Sogno quindi sono”.

Alessandro Quarta, attore, doppiatore, cantante e compositore, ha musicato tutte le tappe del Granaio e ha elaborato alcune composizioni ispirandosi a immagini, atmosfere, spazi del
Sogno, interpretandole poi con Sara De Santis. Sono emersi brani molto differenti tra loro per stile, scrittura ed esecuzione.
All’ingresso si apre la mostra con un brano a cappella che racconta il sogno, il desiderio, la
memoria, il viaggio, una sorta diintroduzione onirica alla mostra.
Nella rampa di scale che porta al secondo piano si abbandona l’aspetto concettuale delle
parole, per entrare in una dimensione vivace, ricca di percussioni ed effetti sonori, che cambia totalmente lo scenario uditivo così come accade con quello visivo.
Salendo al terzo ed ultimo piano del Granaio le scale si fanno più strette, la luce si abbassa, in
alto si eleva il nautilus-mongolfiera di Alessandro Arrigo e si entra in un fascio di sonorità
vocali profonde, della terra, quasi tibetane, che introducono al Diario di un sogno di Giulia
Castagliuolo e si espandono su tutto il piano, plasmandosi con le opere degli altri artisti
presenti.
Si arriva poi a una piccola stanza, che addirittura ha dentro il mare, e ritornano armonie vocali aperte che sembrano volersi liberare o risvegliare dopo un lungo sonno.

Il viaggio sonoro continua nel mondo di Vittoria e la musica si fa sfondo per cedere posto alla
parola. Vittoria è la misteriosa donna della foto d’epoca trovata davanti a un cassonetto, che
ha inaspettatamente viaggiato verso il Granaio e si è imposta come ruolo dominante nella
mostra Sogno quindi Sono.
Sara De Santis attrice, cantante e autrice, ha scritto e interpretato il testo“Guardami”, il sogno in cui Vittoria afferma la sua identità ritrovata. La sua voce sembra uscire direttamente dal ritratto e parlare attraverso gli occhi timidi, ma vivaci di Vittoria. Il suono avvolgente delle
parole si fonde con l’immagine e si apre al ventaglio di interpretazioni sul volto, la storia e la vita di questa donna che incanta tutti coloro che incrociano il suo sguardo.
Proseguendo nella mostra si può trovare, tra gli altri, anche il contributo video su Vittoria
realizzato da Sara De Santis con alcune delle fotografie della mostra, che aggiungono ulteriore
suggestione e simbolismo al racconto.

Il viaggio musicale all’interno della mostra si conclude con alcuni brani tratti dal disco Volo Lontano di Quarta Dimensione, utilizzati in proiezioni video realizzate da Maria Cristina Eidel e Konstantinos Papaioannou.

 

PRESENTAZIONE DELLA SONORIZZAZIONE

MOSTRA “SOGNO QUINDI SONO”

VENERDI’ 17 LUGLIO 2015 ALLE ORE 20,30

GRANAIO DI SANTA PRASSEDE – ROMA

INGRESSO LIBERO

INFO WWW.GRANAIORESORT.IT

“CI TOCCA” – VITTORIA, LA CERTEZZA DI UN’IDENTITÀ IGNOTA. DIALOGO ATTORNO AL Sé

vittoria

 

Venerdì 10 a Roma, al Granaio di Santa Prassede alle ore 20.30 una serata di letture, proiezione di immagini, musica, durante la quale artisti di differente impronta e estrazione concorrono insieme a costruire un’identità, un immaginario, una memoria.

“CI TOCCA” – VITTORIA, LA CERTEZZA DI UN’IDENTITÀ IGNOTA. DIALOGO ATTORNO AL Sé

La fotografia d’epoca di una donna sconosciuta trovata accanto ad un cassonetto della spazzatura e il dialogo interartisco che l’ha fatta divenire il simbolo della mostra “Sogno, quindi sono”, ci conduce nei meandri misteriosi della costruzione del sé e alla ricerca di cosa sia e come si compone l’identità di una vita.

Intervengono:

Quarta Dimensione: “Guardami”, la voce di Sara De Santis prestata a Vittoria ci conduce nel mondo del suo sogno. Testo di Sara De Santis, musiche di Alessandro Quarta.

Laura Muscarà: “Vittoria, testimone di memoria”. Storia di un ritrovamento e del suo felice esito. Lettura a cura di Sara De Santis

Sara Sardiello e Simona Maria Conca: “Vittoria”, Videoanimazione di un ritratto.

Mariacristina Eidel e Kostantinos Papaioannou: ”La memoria dei sogni, i sogni della memoria”. Multimediale

Il brano “Hesse” è parte dell’album Volo Lontano realizzato dal vocal group Quarta Dimensione.

Seguirà un aperitivo offerto dagli Amici del Granaio, durante il quale sarà possibile degustare e acquistare il Caffè Galeotto.

Il Caffè Galeotto è un prodotto solidale lavorato e confezionato nella torrefazione situata all’interno dell’Istituto Penitenziario di Rebibbia da ragazzi detenuti, che hanno avuto la possibilità di essere formati per occuparsi in un progetto di re-inclusione sociale.

Presso il Granaio di Santa Prassede, via di Santa Prassede 8.

Ingresso libero

Per info, visitare il sito www.granaioresort.it

Inaugurazione della Mostra “Sogno quindi Sono” al Granaio

bannermostra

Venerdì 26 giugno 

Inaugurazione della Mostra

SOGNO QUINDI SONO

Granaio di Santa Prassede a Roma

Insieme con fotografi, pittori, scultori, sarà presente anche il vocal group QUARTA DIMENSIONE, con le musiche e le parole di Sara De Santis e Alessandro Quarta.

SARA DE SANTIS ha curato e interpretato ”L’identità incerta di Vittoria”, per dare voce a un evocativo e misterioso ritratto abbandonato e ritrovato.

ALESSANDRO QUARTA ha ideato e composto la sonorizzazione della mostra, per esplorare in un viaggio musicale i colori nascosti del sogno.

Assieme hanno realizzato entrambi i progetti e hanno dato vita, suono, parola e musica alle espressioni visive della Mostra “Sogno quindi Sono”.

GRANAIO DI SANTA PRASSEDE

SOGNO QUINDI SONO

26 GIUGNO 2015

ORE 20.00

VIA SANTA PRASSEDE 8

INGRESSO LIBERO

Informazioni QUI

 

(Animazione video di Vittoria a cura di Sara Sardiello)

Avere 20 anni come Greta e Vanessa

Se tornassi ai miei 20 anni, vorrei essere una Vanessa o una Greta.

Vorrei essere giovane e forte.

Vorrei credere in ideali così grandi da rischiare la mia vita.

Vorrei fare errori importanti per imparare cose importanti.

Vorrei essere giudicata e additata da un Paese intero per imparare a essere una roccia. E diventare, a 21 anni, matura come una cinquantenne, ma con tutta l’energia da ventenne.

Vorrei vincere il cinismo di chi crede che cambiare il mondo è impossibile.

C’è tempo per i 30, 40 e passa anni, la consapevolezza, la comodità, l’accumulo di cose a cui non poter rinunciare, i bilanci, i rimpianti, i programmi a lungo termine, le analisi e i giudizi, la normalità.

A 20 anni vorrei divorare la vita come se non ci fosse un domani.

Odio i manipolatori!

odio i manipolatori

Tra tutti i generi di persone che creano maggiore disagio e i peggiori sentimenti, in cima alla lista ci sono i manipolatori.

Tentano di ostacolare il tuo cammino. Controllano, sobillano, studiano strategie. Hanno il potere di cambiare il corso degli eventi. A tua insaputa, modificano la realtà attorno a te. E sono molto, molto motivati.

Matrix agent

Ma in particolare, i manipolatori giocano sul tempo. Hanno programmato mentre dormivi. Hanno previsto le mosse di difesa. Hanno un tabellone in camera con le tue foto e i tuoi spostamenti!

Quando finalmente ti svegli e scopri di essere finito nel dedalo, l’incredulità, la delusione, la rabbia ti fanno perdere altro tempo.

 

E il tempo è prezioso in guerra.
Soprattutto se non sai di essere in guerra.

 

I manipolatori sono falsi, ipocriti, passivoaggressivi, ingannevoli, faziosi.

Keyser Soze The usual sospetcs

Non li riconosci e, se li conosci, sono come dei tossici, ti giurano che non lo hanno mai fatto o che non lo faranno mai più.
Siccome già sanno la tua reazione, sono già pronti ad insinuarti il dubbio o il senso di colpa e a sferrare il colpo finale. E raggiungere l’obiettivo.

 

Per uscire dal labirinto dei manipolatori c’è solo una mossa che salva, e uccide ogni loro scopo: andarsene.

scacco-matto

C’è chi muore di overdose

philip-seymour-hoffman

Philip Seymour Hoffman è morto il 2 febbraio scorso. Quell’attore di cui la maggior parte delle persone ricorda il volto, ma non il nome. Vuoi per via del doppio nome che a noi italiani risulta un po’ difficile da pronunciare, vuoi perché era un attore così eclettico che non sempre era facile da riconoscere.

Sono due giorni che ripenso alla sua morte e, soprattutto, penso al perché io sia ancora così turbata.

Hoffman è morto a 46 anni per overdose di eroina,nel suo bagno. L’eroina mi collega automaticamente a un senso di degrado, non solo fisico e mentale, ma anche materiale. L’eroina che ti porta a perdere tutto e a volere solo lei. E il bagno di un appartamento di Manhattan non è il bagno di Trainspotting. Questa morte mi capovolge. Mi stravolge quelle poche certezze che ho. Mi racconta di una droga che c’è ancora, di tante droghe che ci sono ancora. Negli ultimi tempi, se parlo di droga lo faccio distinguendo quelle pesanti da quelle leggere e quali sono accettabili e quali no e Breaking Bad ha una sua morale e bla bla bla. Anch’io mi sono persa nella teoria. Eppure c’è gente che nel 2014 muore di droga. Veramente, non in teoria.

trainspotting bath

Quando facevo volontariato in una comunità di recupero, ricordo la sensazione di divario gigantesco tra me e i ragazzi che la abitavano. Loro erano convinti che io non potessi capire. Se non l’hai provata non puoi capire, non me lo dicevano, lo vivevano. Ma tutti coloro che non la provano, per capire, non devono certo farne uso. Quello che facevo io, nel mio piccolo mondo di incertezze, era entrare in comunicazione con il loro dolore. E io il dolore lo conoscevo. Lo conosciamo tutti. Il dolore è democratico.

[In fondo in fondo, andavo lì per esplorare il mio dolore e quei ragazzi capivano anche questo. E mi volevano bene. E ci aiutavamo a vicenda. E chissà oggi che fanno, mentre io qui mi stupisco di nuovo di un morto di overdose e neanche ricordo i loro nomi.]

Quello che mi turba della morte di Philip Seymour Hoffman è che era un attore. Non un attore qualunque, un attore prodigioso, un artista vero. Lo sanno tutti, perché quando una persona eccelle non c’è bisogno di essere tecnici per capire. Come non hai bisogno di drogarti per capire che è meraviglioso e terribile insieme. Lo vedi, lo sperimenti attraverso la pelle dell’altro. Ecco, un attore bravo fa questo: sperimenta attraverso la pelle dell’altro e la propria, senza davvero drogarsi. Non dev’essere un assassino per interpretare Macbeth.

il dubbio

Mi hanno insegnato che un attore è bravo quando è convincente, vero, anche se vero non è. Un attore è un artista quando ti regala un pensiero che traduce in immagine, in suono, in parola e lo spettatore gode di questo, perché viene toccato nelle corde più intime, quando attiva il suo proprio pensiero ed è libero di interpretare ciò che vuole.

Il lavoro interiore per arrivare ad entrare in connessione totale con quell’emozione è devastante. Ti annulli e contemporaneamente esisti. Sei e non sei. Sei tu e sei il personaggio, l’azione, il momento, la storia. Molti artisti sono provati da quest’esperienza così totalizzante. Il rischio è di perdersi. Molti si perdono. Molti utilizzano l’arte per ritrovarsi, ogni tanto, ma nella vita restano comunque dei disperati. Continuare a inseguire l’arte, starci dentro, donarla e volerla possedere, senza capire niente ed è meraviglioso e terribile. E non puoi farne a meno.

philip-seymour-hoffman

Ho capito che sono turbata dalla morte di Hoffman perché non gli è bastato essere un grande artista. Non parlo del successo, dell’oscar, dei soldi. Parlo proprio di quella linfa vitale che è l’arte, che ti distrugge e ti ricrea. Lui evidentemente, esattamente come quei ragazzi conosciuti in comunità, aveva la dipendenza da un dio superiore a tutto. E quel dio non era l’arte. E non lo accetto.

Sei rifatta? Ti assumo

Sei rifatta? Ti assumo

Come misura anti crisi, un concorso per donne sottoposte a chirurgia estetica. Una soluzione bizzarra che non risolve il problema della disoccupazione femminile.
Donna lavoro chirurgia
Sara De Santis
 venerdì 28 dicembre

Sei donna e vuoi lavorare? Non ti è richiesto più solo il curriculum, neanche l’assurdo – ma sempreverde – criterio di selezione “di bella presenza”. Ora hai più probabilità di essere selezionata se hai subito un intervento di chirurgia estetica o anche se hai solo intenzione di farlo. Non è il soggetto di una commedia cinematografica, questo è il bando di concorso indetto da un’importante casa produttrice di cosmetici che offre uno stage, un corso formativo o un corso di perfezionamento a donne laureate o lavoratrici aventi un curriculum di alto profilo.

A rendere la proposta ancora più grottesca, c’è il titolo del concorso “Miss anti crisi. Rifatti una carriera, non c’è recessione per la bellezza” dove «la bellezza diventa un fattore “sociale” non solo un fattore estetico», per una «campagna di sensibilizzazione originale sulle attualissime problematiche della disoccupazione». Effettivamente, è davvero originale. La selezione, infatti, è una via di mezzo tra un casting e un concorso di bellezza. La candidata deve mettere una sua foto sul sito del concorso e spiegare il motivo per cui si candida come miss Anti Crisi, un po’ come le aspiranti miss Italia che devono dire due parole sulla pace del mondo per dimostrare che hanno anche un cervello. Poi, deve essere selezionata da un’attenta commissione esperta (non è dato sapere da chi sia composta la commissione e in quale settore lavorativo sia esperta) e infine sperare nel voto finale dei naviganti web.
La fortunata che avrà ottenuto più voti, otterrà non si sa quale lavoro, grazie a non si sa quale merito, da non si sa quale improvvisato reparto risorse umane digitale. Ciò che sembra assurdo è che persone con il curriculum ad alto profilo richiesto possano credere che una proposta lavorativa di questo genere sia seria. Eppure appaiono adesioni e anche di professioniste.

Riassumendo, il messaggio più o meno è questo: tu, donna, se non riesci a trovare lavoro nonostante la tua intelligenza, i tuoi titoli di studio, la tua esperienza lavorativa, visto che c’è la crisi e se bisogna licenziare qualcuno, tu sei in cima alla lista o se bisogna assumere, sei in fondo alla lista – perché potrebbe sempre venirti in mente di rimanere incinta – non ti rimane che puntare tutto sulla (presunta) bellezza che puoi ottenere grazie al ritocchino del chirurgo. Che hai ben pagato, ovviamente. E farti votare, proprio come se fossi in un programma di Maria De Filippi.
Il passo successivo, a quel punto, è andare ad Arcore.

Sara De Santis

da Cronache Laiche

Anticoncezionali, ecco il preservativo femminile. Addio pillola?

Anticoncezionali, ecco il preservativo femminile. Addio pillola?

In Francia la Fedra diventa gratuita per le minorenni, ma nei rapporti sessuali resta il rischio di malattie specie per le donne. La soluzione potrebbe essere il Femidom.
Sara De Santis
mercoledì 31 ottobre 2012

E’ con maggioranza assoluta che il Partito socialista francese ha approvato in Parlamento la pillola gratuita per tutte le ragazze adolescenti. Il ministro della Sanità, Marisol Touraine, è riuscita in sei giorni a far passare l’emendamento che propone il rimborso integrale da parte dello Stato della contraccezione per le minorenni tra i quindici e i diciotto anni. Tale emendamento, inserito nella legge finanziaria sul sistema pubblico d’assistenza per il 2013, prevede che anche l’aborto sia a totale carico dello Stato, mentre prima restava alla donna circa il 30 per cento della spesa. Ciò che segna la grande differenza rispetto al passato è la facilità con cui le adolescenti potranno accedere all’uso della pillola anticoncezionale, cioè in completo anonimato, senza l’obbligo della presenza dei genitori e presso diverse strutture pubbliche o il medico di famiglia. Il provvedimento mira a diminuire le gravidanze indesiderate tra le minorenni – che arrivano a 10 mila all’anno, di cui circa l’80 per cento si conclude con l’aborto – e ridurre la spesa sanitaria. A questo proposito, ci tiene a precisare il ministro per i Diritti delle donne Vallaud-Belkacem che ci sarà «un risparmio di circa 60 euro per ogni ragazza. Attualmente, anche quando si fanno fare una ricetta a loro nome, il rimborso massimo al quale possono arrivare è il 65 per cento della spesa totale. La misura riguarderà più di un milione di ragazze».

In questi stessi giorni da New York arriva l’ennesimo allarme proprio sulla pillola anticoncezionale. L’American college of Obstetricians and gynecologists afferma che la nuova versione della pillola anticoncezionale, che contiene l’ormone drospirenone, ha un rischio leggermente aumentato di formazione di trombi rispetto alle formulazioni più vecchie. Su 10 mila donne che ne fanno uso ogni anno, ci sono da tre a nove casi di tromboembolia. «Anche se rimane molto basso con qualunque tipo di pillola – spiegano gli autori – le donne dovrebbero essere avvertite del rischio leggermente aumentato». Anche se le percentuali sono minime, i rischi (trombosi, problemi circolatori) e gli effetti indesiderati (aumento di peso, ritenzione idrica) del contraccettivo a rilascio ormonale non sono da sottovalutare, ecco perché è sempre il medico che deve valutare se la donna può o meno assumere tale farmaco.
La scelta del governo francese, perciò, è da una lato condivisibile perché mira a risolvere il problema delle gravidanze indesiderate delle adolescenti e delle spese pubblica, dall’altro però non va a favore di tutte le donne, perché appunto non tutte possono usare la pillola. Considerando, inoltre, che non sempre il medico è in grado di prevedere i rischi, per assurdo, con l’aumento di malattie si rischia di gravare proprio sulla Sanità pubblica. Una spesa che renderebbe vano questo tentativo di risparmio.

Tutelare i diritti di tutte le donne eppure è molto semplice: basta usare il preservativo. Il profilattico tiene lontane gravidanze e soprattutto la trasmissione di malattie veneree e Hiv. Uno dei motivi principali per cui non si usa il condom – oltre all’ignoranza culturale – risiede nell’insoddisfazione sessuale che può provare l’uomo. Da qui la decisione generalmente prende due strade: il coito interrotto o la pillola. In entrambi i casi la responsabilità ricade esclusivamente sulla donna, che – nei migliori dei casi – sceglie la pillola. Quasi nessuno in Italia sa che dal 1992 esiste il preservativo della donna. Il Femidom, versione femminile del condom, rende libere davvero le donne di gestire in totale autonomia la propria vita sessuale e la propria salute. La forma del Femidom è del tutto simile al profilattico classico, solo che viene inserito nella vagina. Il materiale più usato è il poliuretano, non provoca allergie ed è più resistente del lattice. Può essere inserito anche 8 ore prima ed estratto dopo un paio d’ore dal rapporto. I vantaggi sono anche per l’uomo, visto che è totalmente assente il rischio di riduzione della sensibilità, che costituisce il limite primario del profilattico classico. I limiti giganteschi sono esclusivamente la reperibilità e i costi del prodotto. Il Femidom si può acquistare in farmacia dietro prenotazione, in alcuni sexy shop o via Internet. I costi fanno arrossire, se si paragonano ai preservativi soliti. Ci si aggira attorno ai 2 euro l’uno o 6 euro a confezione (3 pezzi). In Italia ci viene incontro solo la Lila (Lega italiana per la lotta contro l’Aids), che come con i preservativi, mette a disposizione il femidom gratuitamente.

Lo scorso 12 settembre, in occasione della prima Giornata internazionale del condom femminile, la Lila ha dichiarato che «distribuito gratuitamente in diverse città dell’Europa e degli Stati Uniti, e inserito anche su impulso di Unaids e Oms nei programmi di prevenzione nei Paesi a basso reddito, in Italia il Femidom resta un oggetto aneddotico. Ignorato da strutture sanitarie e ginecologi, rifiutato ancora più (se possibile) del condom maschile da vertici governativi che preferiscono, quando si parla di salute pubblica, disquisire di bollicine nelle bevande più che di preservativi, il Femidom resta così l’oggetto misterioso, di cui poco si sa e che ancora meno si usa. C’è bisogno del sostegno di tutte e di tutti per far sì che il Femidom sia finalmente conosciuto per quello che è: un efficace strumento di prevenzione e di empowerment femminile».

Sara De Santis

Da Cronache Laiche

#SuLaTesta : l’Italia ricomincia da te!

«Su la testa: l’Italia ricomicia da te». Abbiamo voluto chiamarlo così, questo gruppo, per volontà di riscatto e di coinvolgimento.

Riscatto: da una rappresentanza politica di sinistra che si è persa nei giochini infiniti delle alleanze e delle ambizioni personali (quando è andata bene);  nella conservazione dei propri privilegi e  nella corruzione (quando è andata male). Comunque, perdendosi per strada le idee e i progetti per un’Italia migliore.

Coinvolgimento: perché forse non saremo il 99 per cento, come dicono gli attivisti di Occupy, ma almeno il 51 sì, come si è visto agli ultimi referendum e alle elezioni di Milano, Napoli, Genova e Cagliari, ad esempio (ma non solo): che non sono state vittorie del ‘massimalismo’, ma al contrario la prova che cambiare si può, semplicemente con idee buone e proposte concrete per realizzarle.

Ma riscatto e coinvolgimento significano anche, per noi, non rassegnarsi e non arrendersi: né alla tentazione di astenersi «tanto non cambia niente», né alla presunta ineluttabilità dell’ingiustizia sociale e civile, né all’impossibilità di proporre e realizzare idee forti.

Anzi, mai come adesso – nel secolo della globalizzazione e dei grandi poteri economici mondiali – la buona politica ha bisogno di idee forti: e quelle tiepide sono solo un alibi di chi non vuole cambiare niente, perché in fondo gli va bene così.

Noi non crediamo che la qualità della vita sia misurabile solo con i valori del denaro e del benessere. Crediamo che la felicità che ognuno di noi cerca di raggiungere come singolo dipenda anche dalla felicità di chi ci sta vicino. E per la stessa ragione vogliamo immaginare una società diversa, dove i valori fondanti della solidarietà, della cooperazione, del welfare siano veramente condivisi e non solo parole per addetti ai lavori.

Alcuni indispensabili chiarimenti, a questo punto.

«Su la testa: l’Italia ricomicia da te» non è il centosettantottesimo partitino della sinistra: è un gruppo di pensiero, di azione e di pressione trasversale nel quale fin dalla nascita convergono persone di provenienza, età, professione e cultura diverse, il cui obiettivo comune è stato mettersi insieme per non rassegnarsi – appunto – né all’astensione né all’eterno ricatto del ‘meno peggio’.

Nessuna delle oltre cento persone che hanno dato vita a «Su la testa: l’Italia ricomicia da te» ricopre o ha mai ricoperto ruoli politici di rilievo: la grandissima maggioranza, anzi, non è mai stata iscritta a nessun partito e ha votato «un po’ dappertutto» a sinistra. Molti invece hanno già “fatto politica” indirettamente: nelle associazioni, nei quartieri, nei movimenti, attraverso la Rete o in altri modi.

Qual è lo scopo di tutto questo?

Intanto esserci, coinvolgervi, chiamarvi. Sulla base di un manifesto che espone le ragioni del nostro “entrare in politica” e di una bozza di carta con cui spieghiamo come, ad esempio, molte cose potrebbero (dovrebbero) ragionevolmente essere cambiate. Il manifesto è la nostra identità, la ragione del nostro esporci; la Carta invece è ancora una base di lavoro: sicuramente integrabile e migliorabile, con l’aiuto di chi vorrà esserci.

Per questo chiediamo a chi è interessato a questo progetto di sottoscriverlo. Chi lo desidera, poi, troverà in questo sito uno strumento per collegarsi  con altre persone che hanno aderito e per promuovere insieme attività concrete  on line e sul territorio. Vogliamo fare pressione con la nostra intelligenza, con le nostre idee e con il nostro tempo: finita l’epoca in cui  le pressioni erano esercitate con il denaro, con le lobby e con i favori.

Infine: no, non proporremo il settimo o l’ottavo candidato alle primarie. Semmai staremo con il fiato sul collo a tutti i candidati, perché l’obiettivo della sinistra non dovrebbe essere «alzati tu che mi siedo io», ma cambiare in meglio l’Italia. Saremo appunto gruppo di pressione, di spinta e di controllo. Di elaborazione ma anche di azione.

Poi si vedrà. D’altro canto, tutti insieme siamo almeno il 51 per cento.

I promotori

 

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Le quote rosa di papa Ratzinger

Le quote rosa di papa Ratzinger

Ildegarda di Bingen diventa oggi Dottore della Chiesa dopo quasi mille anni. Il modello femminile cattolico resta la donna medioevale.

Sara De Santis
domenica 7 ottobre 2012
Oggi si apre la XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi con la proclamazione a Dottore della Chiesa di Ildegarda di Bingen, assieme a San Giovanni D’Avila. I Dottori della Chiesa attualmente sono 33, di cui solo 3 donne, Santa Caterina da Siena e Santa Teresa D’Avila (1970 con Paolo VI) e Santa Teresa di Lisieux (1997 con Giovanni Paolo II). Ildegarda a fatica si aggiunge all’esiguo numero di donne e solo perché papa Ratzinger tiene molto a lei. A maggio di quest’anno l’ha resa santa mediante la canonizzazione equipollente, cioè una misura straordinaria che rende santo chi lo è considerato di fatto ma non ufficialmente. La figura di Ildegarda è stata controversa, da alcuni venerata, da altri contrastata, ma oggi è solo ampiamente lodata dalla Chiesa.
Nel 2010 Benedetto XVI più volte ha dedicato catechesi a questa donna, facendo luce sulla sensibilità e sulla grandezza del sapere teologico. Se da un lato è un fatto positivo che una donna sia insignita di una nomina prestigiosa nel mondo cattolico, d’altro canto appare un po’ strategica e poco coerente questa proclamazione.I pochi che la conoscono sanno che ha composto bellissima musica sacra per donne – cosa rara nella musica sacra medioevale che era appannaggio esclusivo maschile – oppure sanno che ha scritto parole infuocate all’amico Federico Barbarossa quando egli propose due antipapi. Del resto si ha poca memoria e ciò appare alquanto strano, vista la sua importanza. Oltre a numerosi libri teologici, Ildegarda ha scritto di cosmologia, scienze naturali (molto di ciò che sappiamo oggi è dovuto a lei), poesia e drammaturgia. Nei suoi 81 anni di vita ha fondato un suo monastero, ha predicato alle genti, ha praticato esorcismi. Leggendo la sua biografia e i suoi testi, ci si accorge che era tutt’altro che una figura femminile sensibile e delicata, come ci racconta ad esempio papa Benedetto. E’ stata molto più che la solita donna accogliente, era amica influente di politici, mistici, papi, alti prelati e famiglie aristocratiche. Era una donna di potere, carismatica e forte. In alcuni casi era rivoluzionaria, in altri decisamente no. Ad esempio era tra gli strenui difensori della ricchezza della Chiesa e si batteva perché solo ragazze di famiglie aristocratiche fossero ammesse in convento. Erano queste infatti che aiutarono materialmente la fondazione del suo convento di Bingen.Un aspetto importante che viene fortemente messo in risalto sono le visioni. Gli scritti teologici di Ildegarda sono frutto dell’interpretazioni di visioni mistiche, caratteristica che ricorre frequentemente nelle sante. Quello che non ci raccontano è che i genitori di Ildegarda furono turbati quando lei ebbe visioni da bambina e la misero in convento molto presto solo per questo motivo. Non è difficile immaginare che sarebbe finita al rogo come una strega se queste capacità (o presunte tali) non fossero state orientate nella fede. Invece diventò badessa.Papa Benedetto di lei ha detto che è una figura «di rilevante importanza ed attualità», ma di quale attualità parla? Che sia stata straordinaria non vi è dubbio, ma il messaggio che arriva conoscendola a fondo è che in realtà Ildegarda non è stata tutto quello che avrebbe potuto e voluto essere; che ci sono voluti mille anni per riconoscere ufficialmente il suo valore; che nella Chiesa sono stati fatti pochissimi passi riguardo alla parità delle donne; che se lei nel Medioevo predicava fuori dal convento oggi le donne non predicano in chiesa.
Ildegarda è stata una donna che si è saputa smarcare in un mondo di uomini, facendo anche finta di non avere cultura per non turbare gli equilibri. Una persona intelligente e astuta che ha fatto ciò che ha potuto nel suo tempo, ma non è questo ciò che una donna moderna vorrebbe essere.Il contesto in cui accade, più che le parole che la accompagnano, fanno apparire questa proclamazione strumentale e incoerente, una sorta di quota rosa che offende tutte le donne che dalla Chiesa aspettano ancora il riscatto culturale e sociale che proprio Ildegarda di Bingen aveva provato a dare.

Sara De Santis

P.s. In tempi non sospetti scrissi un monologo su Ildegarda. Non era ancora santa…

Laura Puppato alle primarie del centrosinistra. Non solo donna

Laura Puppato alle primarie del centrosinistra. Non solo donna

La quinta candidata della coalizione che va da Sel ad Api è amministratrice locale, persona mite, stimata da Grillo e terza via del Pd dopo Bersani e Renzi.

Sara De Santis
giovedì 13 settembre 2012

 

Nel Pd si respira aria nuova con la candidatura alle primarie di Laura Puppato. Il suo nome è conosciuto in Veneto, dove è consigliera regionale dal 2010 ed è stata sindaco per due mandati di Montebelluna, una delle nove città italiane a portare avanti il protocollo di Kyoto. Il suo impegno politico è fortemente caratterizzato dall’interesse ad ambiente, risparmio energetico, mobilità sostenibile, ma anche lavoro, impresa, famiglia e immigrazione. Nata come assicuratrice e promotrice finanziaria, negli anni Novanta lavorava nel sociale come volontaria, fornendo aiuti alle vittime di guerra in Bosnia e Croazia, per 15 anni è stata attiva nel WWF e dal 2010 è presidente del Forum politiche ambientali del Pd.

Le sue capacità come amministratrice locale e la sua propensione alla cura del territorio, sono state notate da Grillo, che aveva nominato Montebelluna “prima città 5 Stelle d’Italia”. L’amore non è stato corrisposto ed è rimasta nel Pd. Oggi a riguardo dichiara, in un’intervista rilasciata su Repubblica a Concita Di Gregorio, che «quando Grillo è venuto a premiarmi come primo sindaco a cinque stelle, l’ho ascoltato. Le sue denunce sono giuste, quasi tutte. Quello che è sbagliato è la rabbia, il risentimento, l’ansia di abbattere tutto, il disprezzo della politica». E di battaglie all’ultimo sangue non ne vuole sapere neanche all’interno del suo partito, in particolare con gli altri due candidati alle primarie. Anzi, ribalta tutto, «mettiamo insieme le forze – dice – non una contro l’altra. La gente non è interessata alle battaglie di potere».

Non basteranno i toni miti a farla emergere. Essendo l’unica donna, la meno conosciuta e l’ultima arrivata, presto dovrà tirare fuori le unghie, se vuole davvero diventare la candidata di sinistra alle prossime elezioni 2013. I nomi in lizza per le primarie, al momento, sono cinque: oltre lei, Renzi e Bersani del Pd, Nichi Vendola di Sel e Tabacci di Api. Una bella lotta, ma se ha battuto la Lega in Veneto, immaginiamo sappia cosa voglia dire competere e vincere in terreno ostile.

Per capire se la sua candidatura è solo strategica (in quanto donna), aspettiamo di conoscere le sue proposte. Le prime dichiarazioni sono su ambiente, risparmio energetico, asili nido, pubblica amministrazione, cultura e giustizia. Volutamente resta vaga sullo spinoso tema delle alleanze. Per il momento parla ancora molto da amministratrice locale, che da un lato è un bene perché dimostra di essere abituata a lavorare per il cittadino, dall’altro non dà rassicurazioni sulle soluzioni ai problemi dell’intero Paese, un esempio tra i tanti: il debito pubblico.
In ultima analisi, si dichiara cattolica e non tocca il tema dei diritti civili. Ci dobbiamo preoccupare?

Sara De Santis

da Cronache Laiche

Muori pure, ma non abortire

Muori pure, ma non abortire

In Turchia una donna minaccia il suicidio se non potrà abortire il feto concepito da uno stupro. A Santo Domingo un’altra, malata, è morta perché non ha abortito.
Sara De Santis
martedì 4 settembre 2012 
 

Due storie molto diverse accomunate dallo stesso tragico destino: divieto di scegliere. In Turchia, Nevin Y’nin, una ragazza di 26 anni, sta scontando in carcere una pena per omicidio. Poco tempo fa, ha ucciso brutalmente l’uomo che per mesi l’aveva stuprata e minacciata. Nevin, già madre di due bambini, ha scoperto da detenuta di essere incinta. Del figlio del suo dramma non vuole saperne. Si trova ora al quinto mese di gravidanza e, poiché la legge non le consente di abortire, ha minacciato di suicidarsi.

In Turchia l’aborto è legale entro le prime dieci settimane di gravidanza. A maggio di quest’anno il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha dichiarato che «l’aborto è un omicidio» e da allora si sta muovendo per rendere difficile, se non impossibile l’aborto. Dal mese di luglio è scattato il divieto di vendere il Misoprostol, farmaco usato per l’interruzione di gravidanza senza rischi (ma anche per il trattamento di emorragie post-parto), mentre è in preparazione una nuova legge sull’aborto che prevede ulteriori restrizioni, come rendere illegale l’interruzione praticata dopo la quarta settimana di gravidanza. Visto che una donna difficilmente scopre di essere incinta entro la quarta settimana, l’aborto (legale) sarà praticamente impossibile.

Con la legge attuale e il clima antiabortista che si respira in Turchia, è davvero improbabile che Nevin possa interrompere la gravidanza e la sua tragica storia acquista toni ancora più drammatici. Considerato il livello di disperazione che già in passato aveva mosso le sue azioni, è molto alto il rischio che muoiano sia lei che il feto.

Morire assieme al feto è esattamente ciò che è successo alla sedicenne Esperanza Hernandez nella Repubblica Dominicana. Anche la storia di Esperanza è intrisa di disperazione e rabbia. La ragazza era incinta e malata di leucemia ad uno stadio avanzato. Per salvarle la vita era necessaria la chemioterapia, ma il trattamento avrebbe causato quasi sicuramente la morte del feto. I medici di norma in queste situazioni procedono con un aborto terapeutico, ma in questo caso si sono rifiutati per paura di essere denunciati. Nella Repubblica Dominicana l’interruzione di gravidanza è vietata. Si è costituito quindi un comitato bioetico per decidere cosa fosse meglio fare, ma nell’attesa Esperanza è morta e con lei il suo bambino.

Il Congresso nazionale della Repubblica Dominicana nel 2009 ha inserito nella Costituzione un articolo che stabilisce che «il diritto alla vita è inviolabile dal concepimento alla morte. Non si potrà stabilire, pronunciare o applicare, in alcun caso, la pena di morte». Se da un lato, quindi, è stata abolita la pena capitale, dall’altro, parlando di concepimento, è stato vietato l’aborto. La legge è stata fortemente voluta dall’arcivescovo di Santo Domingo, che fino a poco prima della votazione, esortava i legislatori a fare «ciò che tutto il Paese vuole, ciò che la Chiesa cattolica e gli altri cristiani vogliono». Adesso c’è il dubbio che tutto il Paese, i cattolici e i cristiani vogliano davvero una legge così. Nel caso di Esperanza il diritto alla vita è stato compromesso dal diritto alla vita del feto, che ha portato alla morte di entrambi. Le parole della madre della ragazza, Rosa, esprimono bene il dolore sconfinato di fronte a questa ingiustizia. «La vita di mia figlia veniva prima. So che l’aborto è un crimine e un peccato, ma ora mi hanno uccisa perché lei era la mia ragione di vita».
Quale accanito antiabortista saprà spiegare alla signora Rosa Hernandez e ai figli di Nevin Y’nin chi ha più diritto di vivere? 

Sara De Santis 

da Cronache Laiche

La macchina della giustizia ha le gomme a terra

La macchina della giustizia ha le gomme a terra

Un detenuto non riesce a laurearsi perché gli viene negato il permesso di andare in facoltà a discutere la tesi. Il caso si unisce alle polemiche sullo stato di salute della giustizia.
Sara De Santis
martedì 31 luglio 2012

Un detenuto di Regina Coeli non ha potuto essere presente alla discussione della sua tesi di laurea: gli è stato negato il permesso di uscire dal carcere romano. È curiosa la vicenda perché non sembra ci siano giustificazioni gravi tali da negare questo diritto. Il protagonista, che da cinque anni sconta la sua pena, si è iscritto tre anni fa alla facoltà di Lettere e filosofia all’Università di Roma Tre. Dopo aver sostenuto brillantemente 20 esami, ha preparato una tesi sull’analisi di disegni e scritti realizzati dalle vittime della Shoah nei campi di sterminio nazisti. I giudizi sulla condotta del quarantenne sono stati estremamente positivi sia dalla direzione del carcere sia dal Garante dei detenuti, Angelo Morroni, che per l’occasione si era anche offerto di accompagnare il laureando all’università. Nonostante ciò, in carcere c’era aria tesa. La risposta alla richiesta del permesso di qualche ora per recarsi in facoltà tardava ad arrivare, tenendo in sospensione il detenuto, la sua famiglia, il carcere, l’ufficio del Garante dei detenuti e la facoltà stessa. Solo il giorno della laurea è giunto il niet del Tribunale di sorveglianza.

La motivazione ufficiale del diniego risiede nella mancanza di legittimità della richiesta, poiché il detenuto era in attesa dell’esito dell’impugnazione del rigetto di un permesso richiesto a gennaio. L’esito che tarda ad arrivare, dovuto alla complicata situazione del Tribunale di sorveglianza di Roma e la usuale durezza nelle decisioni «verso chi deve scontare la pena e non merita un ulteriore grado di giudizio» sono secondo il Garante dei detenuti del Lazio, le reali motivazioni di questo divieto «incredibile e avvilente». Lo sconforto di fronte alla decisione del magistrato è forte, il Garante Angelo Morroni si sfoga dicendo che «questa vicenda è uno schiaffo all’impegno di tante persone che sul recupero sociale dei detenuti investono molto. Per garantire il lieto fine non sono bastate le relazioni positive di chi con quest’uomo lavora quotidianamente, né i motivi di risocializzazione e di riscatto culturale. E, come degna conclusione, Simone (nome di fantasia, ndr) ci ha ufficialmente detto di non volersi più laureare in carcere. Aspetterà di farlo fra un anno, quando sarà un uomo libero».

In questa storia amara si scopre comunque un lato positivo nella vita segreta delle carceri italiane, cioè il lavoro appassionato di strutture e persone che operano per il reinserimento e la rieducazione dei detenuti. Queste però sono perle rare, che spesso si scontrano con la macchina burocratica e con l’intero sistema giustizia italiano, che pare non trovare mai strade di miglioramento. In uno studio svolto dal massmediologo Klaus Davi, presentato assieme al deputato del Pdl Alfonso Papa alla Camera dei deputati lo scorso 19 luglio, risulta che la stampa estera abbia un pessimo giudizio sulla giustizia italiana. Emerge che è fuori controllo il sovraffollamento delle carceri, dovuto in particolare alla carcerazione preventiva, in seguito alla quale circa 28mila sono i detenuti in attesa di giudizio che risiedono nelle celle italiane. Altro dato sconcertante che riporta anche il Guardian in uno studio che esamina gli anni dal 2002 al 2012, sono i mille detenuti morti per cause non naturali di cui il 56 per cento dovute a suicidi. Il rapporto di Klaus Davi riferisce anche delle condizioni di vita che sono poco dignitose per un essere umano, dalle celle sottodimensionate, alla mancanza di igiene, alle strutture fatiscenti. Le case circondariali italiane con la valutazione peggiore sono Rebibbia a Roma, Poggioreale a Napoli e l’Ucciardone a Palermo.

Le responsabilità risultano essere attribuite quasi totalmente alle istituzioni, che in questo caso s’intende solo la politica. All’estero appare che i governi che si sono succeduti, senza distinzione di colore politico, non abbiano mai dato contributi significativi al miglioramento della disastrosa situazione della macchina della giustizia.
È confortante, però, sapere che sono stati rilevati anche casi di eccellenza come Opera a Milano, che si distingue per le misure di sicurezza, il carcere di Velletri per le possibilità di lavoro e il carcere di Volterra, che ha sviluppato un laboratorio teatrale interessante e di spessore, che ormai abitualmente si confronta con festival e realtà artistiche “normali” a livello professionale. Altre eccellenze lodate sono le tecniche adottate per la lotta alla mafia, l’autonomia della magistratura e diversi casi giudiziari che si sono chiusi in modo esemplare.

Questa è l’opinione di cento testate di stampa estera, che, anche se farcita di ovvi pregiudizi, è davvero importante per fare luce su temi che troppo spesso la politica e l’informazione italiana giudicano (di fatto) di poco interesse. E’ presumibile che se ci fosse la giusta eco sulle situazioni complesse dei detenuti e delle case circondariali, il caso del laureato mancato di Regina Coeli avrebbe fatto più scalpore e avrebbe avuto maggiore appoggio dall’opinione pubblica. C’è ancora un grosso deficit culturale in Italia riguardo alla percezione dei diritti dei detenuti, che per fortuna sta cominciando ad essere colmato, grazie ad esempio ad iniziative come quella del professor Pugiotto che, con 120 docenti universitari, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica. I professori hanno chiesto di intervenire sulla spinosa situazione della giustizia penale e della condizione carceraria italiana e Napolitano in questi giorni ha risposto (anche se non a tutto). Servono poi a smuovere le coscienze e i tribunali purtroppo casi gravissimi, come quello di Stefano Cucchi. Il danno irreparabile fatto a Cucchi in carcere, che l’opinione pubblica recepisce di pancia più che di testa, può aiutare a comprendere che prima che colpevoli, i detenuti sono persone. 

Sara De Santis 

da Cronache Laiche