Le mille sfumature del piacere femminile

Le mille sfumature del piacere femminile

Attraverso nuove forme di letteratura erotica, le donne si liberano dai tabù e mostrano al mondo che amano il sesso. Le reazioni però sono controverse.
Sara De Santis
martedì 17 luglio 2012

E’ uscito in Italia “Cinquanta sfumature di rosso”, il terzo libro della tanto chiacchierata trilogia di E.L. James. Ormai tutti sappiamo che Cinquanta sfumature di grigio, il primo volume, è diventato un caso letterario. Il contenuto è il solito sesso, che tira, si sa, ma se a parlarne è una donna che parla di donne, allora la notizia si fa più succosa. 
In passato abbiamo già conosciuto casi di letteratura erotica al femminile, come i racconti di Anais Nin o Histoire d’O di Pauline Réage, eppure, adesso come allora, la pubblicazione di questo genere desta scalpore. Le differenze nei romanzi di E.L. James sono numerose. La prima risiede nello sdoganamento del linguaggio erotico, che tende al pornografico, se si può parlare di pornografia in letteratura. La sensazione è di una ripresa in soggettiva da dentro la vagina. Gli atti sessuali sono spiegati minuziosamente, ma essendo donna l’autrice, il dettaglio non è solo anatomico, ma anche emotivo e soprattutto cerebrale. Il tutto è condito dal controverso tema del sadomasochismo, anch’esso sviscerato e quasi spiegato in modo scolastico. I protagonisti, dominatore e sottomessa, svelano cosa c’è dietro il tabù del sesso violento. Importante poi è il luogo di nascita, cioè la Rete dove Erika Leonard (in arte E.L. James), che è al suo esordio letterario, trova spazio e ispirazione. Autrice televisiva, è una signora inglese di 48 anni, con marito e figli, che viene descritta come una specie di casalinga disperata, appassionata di Twilight.

Per questi aspetti le critiche sono state feroci. Ciononostante, le vendite sono state stratosferiche. Il primo volume vende 20 milioni di copie nelle prime dieci settimane. Primo in classifica su New York Times, Sundey Times, Amazon.com. Uscito in Italia il 26 giugno 2012 è già al top, così come i successivi due volumi. Tra le varie classifiche, spicca quella delle vendite di e-book, che vuole la trilogia sempre ai primi posti. Il motivo del successo del formato per tablet risiede sia nella possibilità di nascondere il titolo (pare che molte donne se ne vergognino) sia perché il concepimento del primo romanzo è avvenuto in Rete, dove risiede il bacino di utenza più sensibile al consumo di e-book. Cinquanta sfumature di grigio nasce nel mondo della fanfiction, cioè il luogo virtuale dove si ritrovano gli appassionati di un libro (ma anche film o serie TV) per dare continuità alle storie dei personaggi. Vengono generati una sorta di spin-off, come per esempio i racconti di Draco e Ermione, personaggi di Harry Potter.

E.L. James, nella fanfiction di Twilight, ha dato vita a Cinquanta sfumature di grigio, prendendo ispirazione da personaggi, ambientazioni e trama e rielaborandone una versione propria, più o meno originale. Il livello letterario dei prodotti delle fanfiction sono generalmente bassi, la fruizione è relegata per lo più agli utenti, vige la regola del copyleft e gli autori si firmano con pseudonimi. Tutto ciò è talmente distante dall’idea consueta di romanzo e di scrittore, che ovviamente non è bastato il contenuto osé a far scattare dubbi e polemiche sul valore artistico del lavoro di E.L. James. Andrebbe invece analizzata e studiata bene questa fucina di idee, perché sarà il nostro prossimo futuro. Con l’esperimento delle fanfiction si capovolge l’atteggiamento del lettore, che interagisce con la produzione artistica, più che con l’autore, come fanno alcuni fan. L’opera letteraria, una volta stimolato il lettore, attraverso questa piattaforma, permette di dare continuità creativa. Ottimo risultato, soprattutto quando si tratta di un pubblico giovane, tendenzialmente annichilito dalla televisione. C’è da dire che tutto ciò si iscrive nella generalizzazione e nella mancanza di specializzazione che rappresentano proprio la nostra epoca, sempre più lontana dai mestieri e dal concetto greco di techné. Numerosi sono, quindi, gli effetti collaterali.

La genesi del libro non è stata del tutto compresa, ma di certo ha influito nel dare un giudizio negativo sul piano tecnico e artistico del lavoro. Posizioni critiche sono state espresse a tal punto che alcune librerie della Florida si sono rifiutate di venderlo. In Italia, dopo che Panorama ha titolato la copertina di un suo numero “Libere, sottomesse e felici”, si sono scatenate numerose polemiche, tra cui quelle di Vera Montanari e Cipriana Dell’Orto, una direttrice di Grazia e l’altra codirettrice di Donna moderna, che ne hanno richiesto la censura a fronte delle annose battaglie per la parità delle donne e la liberazione dal maschio dominante. Viene da chiedersi come mai un romanzetto leggero possa addirittura creare un «ribaltone culturale», mentre non accade lo stesso con i grandi classici, dove quasi mai vige la parità di genere. La deriva radical chic è sempre alle porte.

La sessualità è un campo complesso, basti pensare che proprio chi ha potere nel lavoro è spesso incline, nell’intimità sessuale, ad essere “sottomesso” o che le donne sono sottomesse anche quando fanno l’amante di un uomo che non lascerà mai la moglie. Quello che serve è la capacità di scegliere, stabilire regole, conoscersi, amarsi, cosa che differenzia la violenza dal sadomasochismo e che non può mai essere fraintesa nella lettura di un libro del genere. Per capire cosa spinge al sesso estremo – ammesso che vi sia un confine che stabilisca il limite del sesso normale – andrebbe letto il saggio di Daniela Ranieri “De Erotographia. Nuove scritture del desiderio”, nel quale la giovane autrice racconta che «il porno-sado-chic è ormai una grammatica universalmente accettata: il modello di riferimento non è più la liberazione sessuale, ma una liberazione tramite costrizione, una fissità ossessiva dello sguardo sul corpo/segno/merce» e aggiunge che «oltre l’oscenità, oltre la morale, rimane come nuda evidenza la forza scarnante del desiderio».
Una maggiore comprensione della propria sessualità rende forti, equilibrati e più inclini al dialogo. Ben vengano, quindi, scritture al femminile, in cui le donne riescano ad esprimere cosa vogliono e come lo vogliono, finalmente libere dagli stereotipi culturali e dalle pornografie maschili. Il livello letterario è un’altra storia. 

E.L. James
Cinquanta sfumature di rosso
Mondadori, € 14,90 

Sara De Santis 

da Cronache Laiche

Pd, cronaca di un disastro

Pd, cronaca di un disastro

Quando un partito democratico perde di vista la democrazia interna e rende vuoto ogni tentativo di programma, appunto, democratico.
Sara De Santis
lunedì 16 luglio 2012

«Bisogna dare una risposta democratica, civica e riformatrice» dice Bersani. Ecco, appunto. Nei quaranta minuti di relazione del segretario del Partito democratico durante l’assemblea nazionale del 14 luglio, ci sono tutte le premesse per il grande cambiamento in Europa, in Italia e nel Pd. A parole, però. Nei fatti, nella stessa assemblea in cui questo discorso si delinea, ciò non avviene.

Dopo cinque ore di noia totale – come in ogni assemblea che si rispetti – nell’ultima mezz’ora si sveglia un tempestoso rigurgito. Pochi (non così pochi) interni al Pd si ribellano ai metodi “soviet” perpetrati dalla segreteria di partito. Questi rivendicano la risposta democratica di cui sopra, prima di tutto nella gestione tecnica della stessa assemblea, dove si è vista rifiutare la votazione di diversi odg (ordini del giorno). Se da un lato può sembrare irrilevante una controversia di questo genere di fronte a problemi ben più gravi che affliggono il Paese, dall’altro non si possono sottovalutare sia i metodi interni che utilizza la segreteria del maggiore partito dell’opposizione sia i contenuti degli odg proposti.

Il segretario Bersani ha esposto la sua relazione, dopo numerosi interventi, ha replicato e si è passati alla votazione. Un contrario, cinque astenuti: votazione favorevole. E’ seguita la breve presentazione da parte di Michele Nicoletti del Documento dei diritti, testo redatto dalla Bindi e da altri 35 membri del Pd, che da un anno e mezzo si sono riuniti per elaborare un documento che potesse esprimere la posizione del partito sui diritti individuali e sociali. La Bindi precisa subito che sette membri della commissione hanno presentato un documento integrativo, un «contributo» lo chiama, che sarà felice di presentare e discutere nella riunione di direzione alla riapertura dei lavori del Pd subito dopo le vacanze estive. Parlando degli enormi passi avanti fatti, si sollevano dalla platea forti contestazioni. Enrico Fusco prende la parola e dichiara che «quel documento è vergognoso perché non dice nulla sulla 194, poco sul fine-vita e parla solo di Dico per gli omosessuali», senza tenere conto dei veri diritti delle coppie gay. Conclude «possibile che in tema di diritti civili, Fini sia più avanti del Pd?».

Il clima è surriscaldato, si passa alla voto. Contrari 38, votazione favorevole. La Bindi ribadisce che il testo pervenuto a sostegno del Documento dei diritti non è soggetto a votazione. Le contestazioni continuano. Il testo in questione è stato presentato da Paola Concia, Ignazio Marino, Barbara Pollastrini, Claudia Mancina, Gianni Cuperlo, Vittorio Angiolini, Paolo Corsini e firmato da altri quaranta presenti all’assemblea. I nomi sono importanti perché rappresentano diversi schieramenti interni, dai mariniani ai dalemiani. Il documento a supporto è particolarmente interessante perché chiede al Pd una presa di posizione netta – che nel Documento dei diritti non c’è – su questioni come i diritti dei diversamente abili, delle donne, degli immigrati, dei carcerati, delle minoranze etniche, tocca esplicitamente temi come il testamento biologico, la legge 194, l’autonomia e la libertà della ricerca, il reato di tortura, la legge contro l’omofobia e il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali al pari di quelle eterosessuali. Questa votazione però è preclusa poiché è stato già votato il documento precedente. Stesso vale per gli odg successivi, uno specifico sui matrimoni tra omosessuali, presentato da Ivan Scalfarotto e Pippo Civati più altri firmatari, e altri due che riguardano le primarie, sempre a firma di Civati e anche di Vassallo e Gozi. A questo punto interviene Bersani, che dopo aver assistito inerme alle accesissime contestazioni, con tono quasi paterno, spiega che il tema delle primarie è stato già espresso nella sua relazione, già votata a favore.

Invece no, perché se in alcuni punti Bersani ha chiarito (per fortuna) che le primarie ci saranno e saranno aperte a tutti, negli odg presentati era fatta espressa richiesta di fissare una data al più presto, stabilire delle regole chiare sulle primarie e limitare a non più di tre i mandati. In pratica, le proposte arrivate dagli attivisti del Pd, quelli che il partito lo vivono, proposte precise, dettagliate, autonome – come la richiesta del matrimonio omosessuale che è cosa diversa da un documento generico sui diritti civili e sociali – sono state prepotentemente aggirate dalle proposte annacquate della segreteria. Molti hanno letto in queste tattiche la volontà di non deludere Casini e accontentare in qualche modo tutti. Ciò che appare evidente è la mancanza di visione in un partito che si definisce democratico, mentre non garantisce assolutamente responsabilità e fiducia su questo aspetto. Fa sorridere che proprio Responsabilità e fiducia sia il sottotitolo del manifesto della suddetta assemblea.

Fa piacere, in ogni caso, vedere come siano vivi gli animi di molti interni al Pd. Hanno ancora possibilità di parola, non come nel Pdl o nel Movimento 5 stelle, dove chi la pensa in maniera differente dal leader viene epurato. In un Pd sempre più democristiano, ma saldamente ancorato alle rigidità del vecchio partito comunista, a porte aperte gli iscritti al partito si sbattono, propongono, si arrabbiano e tentano pure di andare oltre le “preclusioni”. Questa è una caratteristica tipica del Pd: restare nel partito per cambiarlo. Allora la domanda sorge spontanea: è amore per il partito (quindi i partiti hanno ancora motivo di esistere) o è accanimento terapeutico?

Sara De Santis 

da Cronache Laiche

(e su Globalist)

Questa è casa mia e qui comando io

Questa è casa mia e qui comando io

In provincia di Milano un parroco vieta l’ingresso in chiesa ai Rom. Il cartello affisso fuori non lascia scampo a equivoci.

Sara De Santis
martedì 3 luglio 2012

«A causa di ripetuti furti gli zingari non possono entrare». Il luogo dove è stato affisso pochi giorni fa questo cartello stupisce più del suo contenuto. Si tratta di una parrocchia, la casa di Dio e della carità, nello specifico la chiesa di San Silvestro a Ronchetto sul Naviglio, in provincia di Milano. I nomadi sono stati avvisati dal parroco don Alberto, il quale è arrivato al limite di sopportazione, dopo ripetuti atti che hanno disturbato i fedeli. Li chiama zingari, in un’intervista li definisce rom e fa cenni ad alcuni romeni arrestati l’anno scorso per furto. Non manca la confusione, visto che rom e romeni sono cosa ben diversa e zingari, abitualmente usato come termine dispregiativo, rappresenta genericamente i nomadi e non necessariamente ne identifica l’etnia. I rom (si deduce che siano loro i colpevoli) hanno oltrepassato la misura tentando di rubare gli zainetti di alcuni bambini che si trovavano in oratorio. Degli adulti presenti hanno evitato il peggio, inseguendo i ladri e recuperando il modesto bottino. Il parroco non ha denunciato l’accaduto, ma ha deciso di esporre il divieto: non possono più entrare in oratorio. Ma in chiesa sì (a nessuno viene negato il diritto di lasciare un obolo durante l’offertorio).

Come in tutte le forme comunitarie, dalle più strutturate alle più liquide, il comportamento di alcuni non rappresenta il comportamento di tutti. La messa al bando di don Alberto colpirà anche chi avrà davvero bisogno di quell’oratorio. E’ evidente l’assenza di dialogo tra la comunità cattolica e quella nomade, se la prima si occupa di raccogliere i vestiti per i poveri e la seconda, anziché chiederglieli – in quanto povera – li prende di nascosto. Chissà come si starà rigirando nella tomba don Bosco, il creatore degli oratori, che non li riempiva certo di ragazzi di buona famiglia.

Ciò che lascia più perplessi è l’atto compiuto proprio da chi fa della carità, dell’amore al prossimo, dell’accoglienza il proprio cavallo di battaglia. Che la vita accanto ai nomadi sia complessa non v’è dubbio. E’ plausibile che chi vive nella casa con le fondamenta radicate nel terreno ritenga ingiusto che il nomade della roulotte accanto gli rubi la corrente. D’altro canto, è auspicabile che la chiesa apra la sue porte ai peccatori e insegni loro, con misericordia, come convivere con il proprio prossimo. Proprio i cristiani che hanno patito il martirio e la persecuzione (e talvolta accade ancora oggi) dovrebbero sapere cosa vuol dire essere vittime dell’incomprensione. Eppure sono proprio loro a lamentarsi del diverso.

In questi giorni Benedetto XVI annuncia che, don Pino Puglisi, prete vittima di mafia, sarà fatto beato e presumibilmente presto sarà santo. Non avendo compiuto alcun miracolo, il motivo risiede nella sua vita e nella sua tragica morte, segnata per l’appunto dal martirio e dalla persecuzione. Fintanto che si è perseguitati per fede si diventa beati. Se la persecuzione è generata da altro genere di motivazione, allora è giustificata. Il paragone non è da farsi assolutamente con la figura mirabile di don Puglisi, ma con il concetto di martirio e di carità, ciò che la chiesa insegna e (in taluni casi) rappresenta. Don Ciotti, a proposito del prete palermitano, dice che «ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere. Con la sua testimonianza don Pino ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio». E’ difficile associare queste stesse parole alla figura di don Alberto della parrocchia di San Silvestro, che avrà preso pure la drastica decisione per proteggere i beni materiali dei propri fedeli, ma di certo non ha saputo dare il giusto esempio alle loro anime.

di Sara De Santis

da Cronache Laiche

Settimo: non rubare

Settimo: non rubare

19 giugno 2012

Nel 2006 un cittadino consegna alla caserma dei carabinieri di Collegno (To) un portafoglio smarrito perché venga riconsegnato al proprietario. Uno dei carabinieri che prende in consegna il portafogli, lo svuota e ruba gli ottanta euro che conteneva. Una volta scoperto, viene espulso dall’Arma con un provvedimento disciplinare e in seguito condannato dal tribunale a un anno e 4 mesi per peculato. Il carabiniere ha però presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale. In questi giorni arriva la sentenza che ribalta completamente la situazione. Il Tar del Piemonte ha stabilito ilreintegro del carabiniere, motivando la sentenza con argomentazioni che non hanno sedato le polemiche, come la giovane età e l’inesperienza dell’accusato.

E’ chiaro che un carabiniere non rappresenti tutta l’Arma. E’ chiaro che il Tar abbia voluto dare una seconda possibilità a un giovane che si spera non commetterà più lo stesso errore. E’ chiaro anche che i cittadini possano sentirsi traditi o – peggio – legittimati a truffare. La sfiducia nello Stato, fortemente radicata nel cittadino sin dall’Unità d’Italia, e il perpetuarsi di comportamenti non virtuosi da parte di chi rappresenta le regole o chi amministra lo Stato, è un fardello da cui è difficile liberarsi.

Ci sono chiavi di lettura e contesti che vanno chiariti. Rubare è sbagliato, chiunque lo faccia e per qualunque motivo lo si faccia. Il carabiniere non deve rubare, come non deve farlo l’anziano al supermercato. C’è la tendenza superficiale a giustificare i propri simili, almeno fino a che non si subisce il danno. Nel momento in cui facilmente si alzano i forconi di fronte alle ingiustizie, è bene sottolineare che spesso le reazioni delle persone comuni non sono proprio coerenti. E’ però più grave quando non sono coerenti le reazioni e le azioni di chi ha ruoli di responsabilità. E’ vero che rubare è sbagliato, ma se lo fa un carabiniere è gravissimo. Il contesto fa la differenza. I politici che amministrano lo Stato, le Forze dell’Ordine, gli amministratori locali, i giudici sono tutti investiti di grande responsabilità, che comprendono non solo le azioni, ma anche l’esempio. Nell’ambito familiare si dice che ciò che educa i bambini non sono tanto le parole, quanto più l’esempio dei genitori. Prendendo spunto da questa metafora, che non vuole di certo paragonare lo Stato a una figura genitoriale e ridurre così quella del cittadino, si vuole sottolineare il valore della forma, che tanto spesso manca. I cittadini chiedono a gran voce che i politici riducano i propri stipendi. Non sarà certo questo a risolvere la crisi, ma sarebbe un segnale importante. L’espulsione del carabiniere non risolverà di certo le disfunzioni nelle Forze dell’Ordine – pensiamo agli avanzamenti di carriera di chi è accusato delle violenze di Genova – ma darebbe valore all’azione onesta di quel cittadino che ha consegnato un portafoglio integro e forse inviterebbe altri ad essere altrettanto civili.

Attendiamo quindi l’esito del voto del Senato, che mercoledì prossimo si pronuncerà sulla richiesta d’arresto per l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi e aspettiamo con ansia il prossimo 5 luglio, per conoscere il verdetto della Cassazione sul processo di Genova 2001. Speriamo di segnare presto altre date importanti sul calendario. Nel frattempo, da cittadini onesti e civili, noi potremmo impegnarci a dare il nostro contributo pagando le tasse e rispettando il codice stradale. Così, giusto per cominciare a dare l’esempio.

di Sara De Santis

da Cronache Laiche

Ricordati che devi morire! Sì, mo me lo segno

Ricordati che devi morire! Sì, mo me lo segno

6 giugno 2012

Oggi avremmo dovuto essere tutti morti. Nella notte tra il 5 e il 6 giugno, infatti, l’allineamento di Sole, Venere e Terra avrebbe dovuto provocare disastri tali da annientare i 7 miliardi di abitanti terrestri in un colpo solo. Se siamo ancora qui, evidentemente la profezia era sbagliata. Ma non dovevamo morire il 21 dicembre 2012? Da qualche anno sapevamo che sarebbe stata questa la data del calendario Maya che presagiva la fine del mondo. Eppure in molti negli ultimi tempi avevano lanciato l’allarme, spiegando che il calcolo era stato approssimativo e che la fine sarebbe stata ben prima del solstizio d’inverno. Ha fatto male chi ha creduto a queste voci di corridoio. A questo punto è opportuno rimettere mano all’agenda, cancellare la voce “fine del mondo” sul 5 giugno e riscriverla sul prossimo 21 dicembre. Attenzione, però, perché anche quella data potrebbe essere errata. Prima di rischiare ulteriori cancellature, è importante tenere presente ciò che ha dichiarato la Nasa nel lontano 2010. Gli interpreti new age – ammoniti duramente – avevano infatti calcolato male il complicato calendario del lungo ciclo, studiato dai Maya. La Nasa ci ha tenuto a precisare che l’Apocalisse sarà tra un paio di millenni, cioè nell’anno 4946. La data esatta non ci è ancora pervenuta, ma non disperiamo, presto o tardi qualcuno ci illuminerà.

Chi non si fida, può seguire la ricca schiera di pensatori, religiosi o autori di libri che dimostrano con teorie, a loro dire inconfutabili, che il mondo si spegnerà entro quest’anno e prepararsi a un gran finale, magari un suicidio di massa dal lontano sapore stoico. I più moderati possono preferire le speranze della sempreverde Apocalisse. Le teorie apocalittiche, che risalgono agli ebrei e agli islamici e poi confluite nel Libro di Giovanni, condiviso da cattolici, cristiani e da sette varie, ci ricordano che solo alcuni si salveranno. In questo caso è bene utilizzare i pochi mesi rimasti per chiedere venia dei propri peccati, fare buone azioni e sperare di rientrare nel numero stabilito (anch’esso da confermare). I moderati del fronte new age offrono invece una versione moderna dell’Apocalisse. Non è difficile infatti rimediare una serie di consigli per evitare terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, disgelo dei ghiacciai e alluvioni. In questo caso non c’è numero chiuso, basta sapere che sono sconsigliate località vicine al mare, zone sismiche, polari e  nei pressi di centrali nucleari. Bisogna solo affrettarsi a prenotare per tempo, poiché i luoghi esclusi dalle calamità non sono propriamente mete turistiche. Chi ci tiene alla pelle, si armi di spirito di avventura e senso pratico e cerchi di trovare riparo oltre i 3mila metri di altitudine.

C’è ovviamente chi fa parte della larga fetta di scettici e razionalisti, che ironizza o ignora tali teorie e chi si avvale della memoria, personale o di studio, per ricordare le numerose date di fine mondo, per ora, mai avveratesi. E’ bene ricordarne qualcuna. La più recente fu lo scorso anno, prevista per il 21 maggio. Anche i più giovani ricorderanno la mancata fine del 2000, presagio simile a quello indicato per il millennio precedente. Si ricordano poi in questo secolo il marzo del 1997, fortemente caldeggiato dalla setta Heaven’s Gate. L’anno 1993, sempre attorno ad una setta. Il 13 settembre 1988, indicato addirittura da un ex ingegnere della Nasa, Edgar Whisenant. L’anno 1982 in cui l’allineamento di alcuni pianeti avrebbe dovuto provocare l’inondazione totale della California. Il 1969, anno che secondo Charles Manson avrebbe dovuto segnare la fine del mondo. Manson, di fronte al fallimento del presagio, portò la sua gang a compiere omicidi razziali. Ci sono poi numerose date fornite dai Testimoni di Geova arrivate fino al 1914, che fecero coincidere forzatamente con la Prima guerra mondiale. Andando più indietro, l’anno 1533 doveva essere l’ultimo per il luterano Stifel, in base a calcoli ottenuti dall’incrocio di numeri e date contenuti nella Bibbia e infine il famoso anno 1000, che ruotava attorno alla frase di Cristo “Mille e non più mille”.

E gli indecisi? Prima di decidere, possono approfittarne per leggere – quando uscirà – il libro di Mafe De Baggis, che a marzo ha raccolto su Twitter #2012 cose da fare prima della fine del mondo. Un modo di certo non medioevale di esorcizzare collettivamente la paura della fine della vita, qualunque sarà il momento.

di Sara De Santis

da Cronache Laiche

Hostess veneta insulta passeggeri napoletani

Hostess veneta insulta passeggeri napoletani

8 maggio 2012

Quattro professionisti nel settore dell’informazione, dopo essere stati per lavoro a Verona, si sono recati all’aeroporto Marco Polo di Venezia per tornare a casa, a Napoli. A tre quarti d’ora dalla partenza, mentre erano in fila per l’imbarco, hanno appreso che il volo era stato cancellato. Si sono lamentati del disagio, come tutti gli altri passeggeri, hanno detto addirittura «che vergogna!», ma con accento napoletano. Grosso errore. L’addetta al controllo, invece di scusarsi a nome della compagnia per l’inconveniente e magari proporre una soluzione alternativa, ha pensato bene di riportarli all’ordine con l’insulto, dicendo «imparate a parlare l’italiano»E come se non bastasse, ha aggiunto «se Napoli non ci fosse, tutto andrebbe meglio». I quattro, fortemente offesi, si sono rivolti alla polizia, hanno sporto denuncia e sono tornati a Napoli con un’auto a noleggio.

Ci sono due aspetti importanti che si intrecciano in questa vicenda. Prima cosa, il razzismo. Può sembrare assurdo ciò che è accaduto a Venezia, in realtà non è affatto raro sentire chi lavora con il pubblico rivolgersi in modo razzista al cliente. Accade per differenza di regione, ma anche di nazione, nel lavoro, come nello sport o per strada. Insomma, nella vita quotidiana e in tutte le forme che il razzismo contempla. Succede sia al Nord che al Sud, ma c’è da dire che con la campagna ventennale della Lega basata sulla la presunta superiorità produttiva, c’è stato un certosdoganamento dell’insulto nel Settentrione. La violenza verbale non ha trovato differenze dal Parlamento allo stadio. Basta ricordare i cori del consigliere regionale lombardo Salvini contro i tifosi napoletani. Oggi però questi insulti risultano, oltre che offensivi, ridicoli. E’ come schiaffeggiare un bambino dover ricordare che i telefonini dei leghisti sono intestati a pakistani, che Renzo Bossi pare abbia comprato la laurea in Albania, che Rosi Mauro è pugliese, la moglie di Bossi siciliana, che il tesoriere calabrese Belsito ha investito i soldi del partito in Tanzania e che nella ‘Roma ladrona’, la Lega ha rubato e magnato. Davvero troppo facile e scontato. Se non si vuole smettere di essere razzisti per civiltà, per rispetto, per livello base di cultura, lo si faccia almeno per pudore.

Seconda cosa, la dilagante mancanza di professionalità delle compagnie aeree low cost. Coinvolta nella vicenda dell’aeroporto di Venezia, è la compagnia Easyjet, la stessa che pochi giorni fa è stata al centro della polemica sul clandestino imbarcato a Lisbona, molto simile per il basso livello di servizi e cortesia. A Lisbona un clandestino senza documenti è riuscito a confondersi tra i passeggeri del volo diretto a Roma, sfuggendo quindi al doveroso controllo aeroportuale. Le hostess di volo non si sarebbero accorte di nulla se i passeggeri non avessero cominciato a protestare per la mancanza di un posto a sedere, chiaramente occupato dal clandestino. Una volta identificato l’intruso, sempre i passeggeri hanno dovuto insistere e discutere per far sottoporre ad un controllo accurato i bagagli a bordo e in stiva. Il motivo della superficialità dei controlli a bordo era dovuto alle hostess che insistevano per partire subito, affermavano di essere «stanche al terzo volo della giornata».

Il vantaggio di un volo economico sta chiaramente nel prezzo, lo svantaggio nella mancanza di una serie di comfort. Per esempio, non sono previsti la prenotazione del posto o lo snack gratuito durante il viaggio. In particolare sul bagaglio a mano ci sono restrizioni rigorosissime, dovute sia alle dimensioni minute delle cappelliere sia al tentativo di non superare un certo peso dell’aereo per risparmiare sul carburante. Piccole comodità di cui si può fare anche a meno. Non possono mancare invece la sicurezza, l’educazione (anche dei passeggeri!) e la chiarezza sui costi dei servizi. Ciò che è accaduto a Lisbona è di una gravità inaudita, perché la persona senza documenti avrebbe potuto essere un terrorista. Tra i bagagli che le hostess non volevano controllare avrebbero potuto esserci bombe, armi chimiche e chissà cos’altro. Passeggeri esagerati? L’allarmismo isterico lo abbiamo imparato negli aeroporti. Non si lamentino le hostess con chi non può più portare lo shampo in valigia. Per fortuna, non succede spesso un incidente di questo tipo. Invece è ordinaria la scortesia del personale che non sa gestire le lamentele del cliente di fronte ai numerosi disagi organizzativi, tra i più frequenti, il bagaglio a mano che incomprensibilmente non può essere portato a bordo se si è tra gli ultimi a salire a bordo e  il volo posticipato di ore perché il numero di passeggeri non riempie l’aereo. Infine, i costi dei più banali servizi aggiuntivi sono a pagamento, anche il bicchiere d’acqua. Andare in bagno è ancora permesso.

Viaggiare in modo economico si deve e si può. Tutti coloro che hanno tristemente sperimentato un servizio direttamente proporzionale al costo del biglietto, si consolino con la satira della compagnia aerea Brianair di Caterina Guzzanti.

di Sara De Santis

da Cronache Laiche

Don Seppia pedofilo. La conferma della sentenza

 

Don Seppia pedofilo. La conferma della sentenza

5 maggio 2012

E’ stato condannato a 9 anni e mezzo di carceredon Riccardo Seppia, ex-parroco della chiesa Santo Spirito di Sestri Ponente, in provincia di Genova. A distanza di un anno dal suo arresto, il tribunale di Genova nel processo con rito abbreviato ha emesso la condanna, con l’accusa di violenze sessuali su minori e cessione di sostanze stupefacenti. A parte il possesso di materiale pedopornografico, sono state confermate tutte le altre accuse formulate dal pubblico ministero. Condanna a 4 anni, 2 mesi e 20 giorni per la violenza al chierichetto e la tentata violenza al ragazzo albanese, entrambi minorenni. Altra condanna di 4 anni e 8 mesi, più 26 mila euro di penale per l’offerta di droga a minori. Infine, 8 mesi di reclusione e 2 mila euro di multa per cessione di cocaina all’ex-seminarista Emanuele Alfano, anch’egli imputato per induzione alla prostituzione minorile.

La pedofilia scandalizza e ferisce sempre, ma il contesto indubbiamente aggrava la percezione di chi la subisce, direttamente e indirettamente. E’ insopportabile l’accettazione della pedofilia da parte degli adulti, che abitualmente condividono con figure educative, tipo l’insegnante, l’allenatore, il sacerdote, la formazione dei propri figli. Nel nostro Paese nella maggior parte dei casi i bambini crescono in parrocchia, dove studiano la catechesi, si approcciano allo sport o alla musica, apprendono i valori cristiani, emulano i modelli di riferimento, in primis i preti. I genitori spesso seguono lo stesso cammino spirituale. Sono intere famiglie, i nuclei principali della società, a creare comunità attorno alla parrocchia. Chissà come si saranno sentite le famiglie di Sestri Ponente quando hanno collegato il don Seppia pedofilo al don Seppia parroco. Lo stesso che in occasione del 25° anniversario di sacerdozio, ha detto di essere un prete «rinnovato nello spirito, più paziente, più accogliente, più fedele agli impegni, più attento alle situazioni di fragilità, più vicino ai giovani, più presente sul campo del quotidiano faticoso delle famiglie» e, sembra paradossale, ma ha anche aggiunto che «dietro al sacerdote vediamo la moltitudine di anime che egli è chiamato a salvare e a santificare. La salvezza del mondo sta appunto nei sacerdoti».

Sappiamo che un medico genovese nel 1994 aveva accusato don Seppia di aver fatto telefonate oscene ai propri bambini e che molti genitori hanno cambiato parrocchia – non metaforicamente – a causa delle voci che correvano sul parroco. Sappiamo oggi con certezza che don Seppia è un prete pedofilo. Le accuse, più o meno velate, corrispondevano al vero. Possibile che l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco non abbia sentito anche lui queste chiacchiere prima dell’arresto? Non gli è venuta la curiosità di verificare? E a proposito di Bagnasco, dov’è lo sportello antipedofilia di cui aveva parlato nei giorni caldi di Sestri Ponente? E cosa ne è stato dell’indagine previa, l’indagine parallela della Curia vescovile e delle decisioni che poi avrebbe dovuto prendere l’ufficio interno alla Congregazione Dottrina della fede? Come mai in un anno la giustizia terrena ha fatto il suo corso e quella ecclesiastica non ancora? La scelta tra le cosiddette pene medicinali, le pene espiatorie e addirittura la scomunica, quando sarà resa pubblica?

Non se la prenda monsignor Bagnasco, arcivescovo di Genova, responsabile della diocesi di Genova e presidente della Cei, se gli vengono poste domande dirette, quasi in modo inquisitorio. Sono domande lecite fatte a chi un anno fa rassicurava i fedeli e si metteva giustamente dalla parte delle vittime. Quelli di cui si vociferava nel maggio scorso, dovrebbero essere provvedimenti doverosi da parte della Chiesa nei confronti di un pastore che ha importunato e violentato bambini e ragazzi, ha usato e offerto droga, ha indotto alla prostituzione, ha bestemmiato (sic!), ha tradito un’intera comunità e offeso i valori cristiani o quantomeno quelli universalmente condivisi.

Se fossimo un Paese che ha cura dei propri cittadini, ci comporteremmo come in Irlanda dove – il caso vuole, proprio nello stesso giorno della condanna di don Seppia – il vicepremier Eamon Gilmore ha chiesto ledimissioni del primate d’Irlanda, il cardinale Sean Brady. Un documentario trasmesso dalla BBC “La vergogna della Chiesa Cattolica” ha svelato che Brady negli anni 70, durante un’indagine richiesta dalla Chiesa irlandese, aveva tenuto segrete le informazioni sulle numerosissime violenze sessuali perpetrate dal sacerdote Brendan Smyth. Nel 1997 Smyth è stato condannato a 12 anni di reclusione. Anche in questo caso, le voci di corridoio erano fondate.

Viste le acque in cui naviga la Chiesa Cattolica, forse sarebbe opportuno cominciare a dare una significativa sterzata. Se non altro per non continuare a smarrire pecore del gregge non particolarmente avvezze al sacrificio dei propri agnelli.

Sara De Santis

da Cronache Laiche

La violenza della Chiesa in Cina

La violenza della Chiesa in Cina

24 aprile 2012

Si tengono dal 23 al 25 aprile  i lavori della Commissione che dal 2007 studia la situazione dei cattolici in Cina. La sala stampa della Santa Sede comunica con gaudio che «nonostante i problemi e le difficoltà, anche i cattolici cinesi potranno vivere con grazia l’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI e celebrato in ogni parte del mondo dall’11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013». I problemi e le difficoltà di cui parlano riguardano la spinosa situazione della convivenza tra cattolici ufficiali e ufficiosi in Cina.

Proprio in questi giorni esce in Italia il libro “Quale futuro per la Chiesa in Cina?” di Angelo Lazzarotto, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, che racconta quali successi hanno riportato in Cina missionari, religiosi e fedeli e quali rischi ci sono ancora nella convivenza, addirittura paventando un probabile scisma tra Chiesa cattolica universale e Chiesa cattolica cinese.

Le notizie sulla Chiesa di Cina che ci arrivano sono quasi esclusivamente di cattolici che raccontano come essa sia stata perseguitata nel corso dei secoli, dei tentativi mirabili di missionari che in ogni modo hanno tentato di evangelizzare e di come negli ultimi 60 anni sia difficile la situazione anche per via delle scomuniche che i papi si trovano a dover dare a coloro che non riconoscono l’autorità di Roma in Cina e si professano cattolici. Nonostante ciò che ci viene raccontato appare evidente che la Chiesa continui, come sempre, a voler imporre la sua presenza attraverso l’evangelizzazione.

Papa Pio XII, nella lettera apostolica alla Chiesa cattolica in Cina del 1952 (cioè l’anno successivo all’interruzione dei rapporti diplomatici tra Vaticano e Cina), scrive che «diventiamo sempre più numerosi ogni volta che siamo mietuti, è seme il sangue dei cristiani. Come ognuno può osservare tutte le cose umane, tristi o liete, deboli o potentissime, presto o tardi dovranno scomparire; ma la società che Cristo Signore ha fondato, sotto la guida dell’eterno Dio, attraverso difficoltà e contrasti, insidie e trionfi, lotte e vittorie, continuerà ad assolvere la sua missione di pace e di salvezza sino alla fine dei secoli: potrà infatti essere combattuta, ma non potrà essere vinta». Parole di incoraggiamento per la comunità cattolica cinese che suonano però anche aggressive nei confronti della libertà del popolo cinese e di qualunque altro popolo. In altri passaggi papa Pio XII dice che la Chiesa non ha a cuore il potere terreno, ma ha interesse  solo dei «i cuori degli uomini», ma si contraddice di fatto poco dopo parlando di rafforzamento e consolidamento dei rapporti tra i cittadini attraverso «le virtù cristiane» o meglio «con la pratica delle virtù e con le opere buone». Cosa sono queste se non l’ingerenza aggressiva in un’altra cultura? Le virtù cristiane di cui parla sono quei dettami di fede che oggi minano la laicità dello Stato italiano, per esempio. Come biasimare quindi un Paese che di lì a pochi anni (1957) decide di mettere un paletto definitivo ad uno Stato con il quale non comunica neanche più, attraverso la costituzione dell’Associazione patriottica cattolica cinese? Un’unica regola per chi pratica il credo cattolico in Cina: non riconoscere l’autorità del papa, cioè di un altro Capo di Stato. Alla Chiesa suona come un’offesa, ma non potendone negare la logica, si appella alle proprie regole (fondate su dogmi o concili riparatori, laddove le regole facevano acqua) e così dal 1957 la chiesa cattolica romana ha adottato la stessa regola all’inverso. A noi occidentali arriva il messaggio che tutti i cattolici cinesi che fanno parte dell’Associazione patriottica non sono veri cattolici e che tutti i sacerdoti cinesi proclamati vescovi senza il consenso del papa vengono ovviamente scomunicati.

Il cardinale John Tong Hon, in una lunga intervista rilasciata a 30 Giorni nella chiesa e nel mondo (mensile di Andreotti e Comunione e Liberazione) in occasione della riapertura dei lavori della Commissione sulla Chiesa in Cina, fa delle dichiarazioni interessanti in merito ai rapporti tra Vaticano, Chiesa cinese e il governo cinese. All’ultimo Concistoro il cardinale Tong Hon ha spiegato al Sacro Collegio la condizione della Chiesa in Cina usando tre parole: wonderful, difficult, possible.Sorprendente quanto sia cresciuto il numero di cattolici, «nel 1949 – spiega il cardinale – i cattolici in Cina erano 3 milioni, ora sono almeno 12 milioni». Con fierezza continua nel dettaglio i numeri della squadra all’opera, seminaristi, sacerdoti e suore che proliferano nelle strutture finanziate dal governo, ma anche nelle comunità clandestine. Difficile convivere con un governo che «come tutti i regimi comunisti teme la competizione della religione nell’influenzare le menti delle persone, le loro idee, ed eventualmente le loro azioni». Infine, è possibile che la Chiesa sia unita, ma solo se si rispettano alcune piccole regole, cioè quelle che il governo cinese non condivide.

In termini psicoanalitici, questo potrebbe definirsi un atteggiamento passivo-aggressivo. La chiesa prende stanza in Cina, forma i suoi sacerdoti nei seminari finanziati dallo Stato, parallelamente ne forma altri in clandestinità (immaginiamo finanziati dal Vaticano, altrimenti da chi?) e, in nome dell’evangelizzazione, insegna ai cinesi le famose virtù cattoliche cioè «la difesa della vita – come ricorda il moderato cardinale – i diritti inviolabili della persona, l’indissolubilità del matrimonio […] e le verità di fede e di morale così come sono esposte anche nel Catechismo della Chiesa cattolica». Però non ha interesse a «cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato» (Benedetto XVI). Mica!

Sicuramente perseguitando i cattolici, soprattutto tra il 1951 e il 1979, la Cina ha commesso dei gravi atti contro l’umanità e ha violato i diritti dell’uomo, in particolare la libertà di culto e non va lodata per questo, ci mancherebbe. Oggi però che queste atrocità, per fortuna, non ci sono più, resta incomprensibile l’atteggiamento della Chiesa cattolica. Rievoca l’ottusità di certe frange estreme di altre religioni, quelle che tentano di imporsi con la forza e che sacrificano i fedeli per gli interessi della gerarchia. E viene addirittura naturale simpatizzare per la Cina.

Sara De Santis

da Cronache Laiche

Amo la pioggia

Amo la pioggia

Purifica

Rinnova

Innaffia la terra

Trasforma i colori

Attenua gli odori

Riflette altri suoni

Amo la pioggia

E il perché non lo so

Ildegarda – Perché porto il nome di donna

In occasione della presentazione del libro

I Laic – Un anno di Cronache Laiche

“Ildegarda – Perchè porto il nome di donna”

Monologo scritto e interpretato da Sara De Santis

Aleph – 24 marzo 2012

Questo slideshow richiede JavaScript.

Orgoglio Ateo

Orgoglio Ateo

27 marzo 2012

Mentre a New York continua l’Occupy Wall Street, sempre negli Usa si è tenuta la prima grande manifestazione degli atei. Sabato 24 marzo, lungo il National Mall di Washington D.C., si sono incontrate più di 20.000 persone per ilReason Rally, il raduno della ragione.

David Silverman, presidente dall’Associazione Atei Americani e David Niose, presidente dell’Associazione Americana Umanisti, sono i promotori del meeting da loro stessi definito la “Woodstock degli atei”. Sul sito del Reason Rally lo scorso 14 settembre appare l’invito a partecipare al primo incontro che vuole mettere insieme tutte le organizzazioni laiche del Paese. Ed effettivamente hanno poi aderito tantissime associazioni e organizzazioni umaniste, laiche ed atee americane. Presenti sul palco uomini di scienza, blogger, studenti, musicisti, attori, scrittori e registi. Nonostante la pioggia la manifestazione si è tenuta come previsto, si sono alternati brevi e sentiti discorsi dei relatori e interventi artistici dei vari performer presenti. Gli ospiti di punta sono stati lo scienziato biogenetico Richard Dawkins, autore di numerosi libri e creatore della Fondazione Richard Dawkins per la Ragione e la Scienza;  il cosmologo e astrofisico Lawrence KraussTaslima Nasrin autrice di oltre trenta libri, attivista per la parità tra i sessi e i diritti umani; la leggendaria rockband californiana Bad Religion.

La connotazione pacifista è palese e sarebbe stato assurdo pensare il contrario, visto il nome che porta la manifestazione, raduno della ragione. La folla  – costituita anche da anziani e bambini – munita di ombrelli e impermeabili, riunita sotto il palco ha partecipato sorridente e composta, confermando le parole del blogger Hemant Metha: «La verità è che ogni volta la parola ateo è sempre accompagnata da un aggettivo negativo “ateo arrabbiato, “ateo militante” “ateo irriducibile” e ciò deve cambiare. Ci sono anche atei sorridenti e felici».

E’ la prima volta nella storia che accade un evento di questo genere, in particolare nella religiosa terra americana. Persone provenienti da diverse parti dell’America centrale si sono date appuntamento per chiedere che siano rispettati anche i diritti costituzionali degli atei. Molti partecipanti hanno mostrato il cartello “Sono ateo e voto”  questo perché negli Usa non è mai esistito un presidente non religioso o che non abbia mostrato pubblicamente la sua appartenenza religiosa. Anche tra i candidati premier alle prossime elezioni non risulta esserci alcun ateo. Al Reason Rally ha partecipato un solo politico, il democratico Pete Stark, il che la dice lunga sul tabù americano riguardo all’ateismo. Essere ateo secondo i politici americani evidentemente non è vantaggioso per l’accumulo di voti, anche se, spiega David Niose, «l’American Religious Survey, che è il più accurato censimento delle credenze religiose, stima a 34 milioni gli americani che non aderiscono ad alcuna religione, cioè il 15% della popolazione. Hanno un orientamento politico prevalente atei, agnostici e non-credenti che hanno votato per il 75% in favore di Barack Obama nel 2008. Poche constituency sono così compatte. Eppure anche i politici di sinistra li ignorano».

Si spera che da questo momento in poi la presenza dei laici e degli atei tra gli elettori verrà presa maggiormente in considerazione, ora che si sono rese evidenti la loro presenza e le loro istanze. Non sarebbe male se un giorno anche gli italiani prendessero esempio dai cugini americani mostrando al mondo il proprio orgoglio ateo, così nelle piazze come nelle Istituzioni.

Sara De Santis

Presentazione I LAIC @ Aleph

24 marzo 2012

Presentazione di I LAIC il libro di Cronache Laiche

con interventi artistici a cura di

Carlo Cosmelli, Sara De Santis, Paolo Izzo

Special guest:

Giordano Bruno – Alain Turing  Ildegarda di Bingen

Per saperne di più raggiungici presso Aleph

ore 17 in via Savona 13a – Roma

*Per chi vuole trattenersi, segue serata aperitivo

Quando il nemico è in famiglia

Quando il nemico è in famiglia

13 marzo 2012

La politica in questi giorni si scontra animatamente sul tema della famiglia, discutendo su quale combinazione di generi sessuali abbia più diritto a formare il nucleo familiare. Così, tra famiglia tradizionale, di fatto e omosessuale, si divide nettamente in previsione delle prossime elezioni, trascurando il particolare che forse gli italiani non ritengono che sia questo il problema che affligge il nostro Paese. Almeno non in questo momento.

Se proprio si vuol parlare di famiglia, allora sarebbe opportuno discutere della grave disfunzione che ipocritamente si tende a nascondere, cioè la violenza all’interno della famiglia. La violenza domestica, che può essere fisica, psicologica, sessuale e economica, è parte integrante della nostra cultura, tanto quanto il modello della “sacra” famiglia. Contrariamente a quanto si pensi, è molto diffusa, a volte ne parlano i giornali, più spesso ne parlano i vicini di casa, altre volte si viene a conoscenza di fatti scioccanti da confidenze private. Solo le vittime, se maggiorenni, possono sporgere denuncia e difficilmente accade. I motivi sono diversi, principalmente culturali e psicologici. A volte non si capisce che si sta subendo violenza, per esempio quando si tratta di violenza psicologica, più spesso se ne ha una consapevolezza chiara, ma manca il coraggio di denunciare per non compromettere il rapporto con il carnefice, per paura di ripercussioni, per vergogna o perché si pensa di essere colpevoli. In linea generale non sono corrette o mancano del tutto informazioni sull’assistenza che si può ricevere, come quella medica, giudiziaria e psicologica.

La Asl 4 di Prato, che da gennaio 2012 partecipa alla sperimentazione del progetto regionale“Codice Rosa”, ha registrato 39 casi di violenze in famiglia in soli due mesi, cioè una media che va oltre una vittima ogni due giorni. La maggioranza sono donne, ma sono stati registrati anche casi di due uomini, tre bambini e un adolescente. Lo sportello, costituito da professionisti di diverse discipline (medici e infermieri del Pronto Soccorso, ginecologi, psichiatri, psicologi, pediatri e assistenti sociali), cerca di garantire la massima tempestività per l’accoglienza, l’assistenza e la cura delle vittime di violenza. La Procura e le Forze dell’Ordine condividono con il personale sanitario tutte le iniziative per la presa in carico della vittima.

Le donne sono le principali vittime di violenza e proprio a pochi giorni di distanza dalla Giornata internazionale della Donna, alcune notizie di cronaca ci ricordano perché non è appropriato parlare di “festa” della donna. Una ragazza di Eboli, da quando aveva 13 anni, subisce violenze fisiche e sessuali da parte del padre. Dopo sette anni, sostenuta dal fidanzato, oggi ha deciso di sporgere denuncia. I Carabinieri e la Procura di Salerno sabato scorso hanno arrestato il padre e anche la madre, che era a conoscenza delle violenze, ma non ha protetto la figlia né denunciato il marito, quindi è accusata di complicità omissiva. Le indagini sono state aperte un mese fa e da allora sono state raccolte numerose prove e testimonianze che hanno portato all’arresto dei genitori della ragazza.

Ieri, in Pakistan la giovane Nabila è stata arrestata perché ha gettato dell’acido sul viso delfidanzato Mohshin, il quale da tempo la violentava e la umiliava vantandosi con gli amici della natura del loro rapporto. La ragazza esasperata ha reagito alla violenza punendo il fidanzato nello stesso modo in cui generalmente in Pakistan vengono punite le donne, deturpando il suo volto con l’acido. Nabila adesso rischia l’ergastolo ed è l’unico motivo per cui le violenze che ha subito hanno fatto notizia.

E’ impressionante come il Pakistan, che notoriamente giudichiamo un Paese distante dalla nostra cultura, in questo caso sia particolarmente affine. I casi di denuncia debbono farci riflettere e discutere e soprattutto devono essere resi noti per dare coraggio e speranza a tutti coloro che quotidianamente sono chiusi nella prigione della propria famiglia, convinti di non poterne uscire. Ospedali, associazioni, centri antiviolenza danno quotidianamente assistenza tramite sportello o numero dedicato 24 ore su 24. Spesso ad essi sono legati avvocati e psicologi molto competenti che offrono prestazioni professionali gratuitamente.

Il primo passo verso la soluzione è uscire dal silenzio.

Sara De Santis

da Cronache Laiche

Aldrovandi, ora la madre diventa imputata

Aldrovandi, ora la madre diventa imputata

28 febbraio 2012

Federico Aldrovandi, morto a 18 anni per mano di quattro poliziotti, non riesce ancora a trovare pace. Sua madre Patrizia da vittima oggi diventa imputata. Il prossimo primo marzo infatti si terrà la prima udienza del processo contro di lei, a seguito di una querela per diffamazione sporta dalla pm che svolse le prime indagini.

Federico è stato ucciso a Ferrara il 25 settembre 2005 dai poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Confermano la condanna per omicidio la sentenza in primo grado e quella in appello. A giugno quasi sicuramente darà conferma definitiva di colpevolezza anche la Cassazione.

La madre, Patrizia Moretti, ha aperto un blog poco dopo la morte del figlio, un blog che è molto più di un diario, è una finestra aperta sulla vicenda pubblica e privata del caso Aldrovandi. Si trova tutto in quei post, le fasi lente dei vari processi descritte minuziosamente, il dolore e il ricordo dei genitori, le foto di Federico bambino o cadavere, i commenti  che esprimono solidarietà e rabbia, gli appuntamenti agli incontri pubblici di Patrizia con i parenti di altre vittime come Stefano Cucchi e Giuseppe Uva e anche le sue dichiarazioni, più o meno politicamente corrette. E’ un blog commovente attraverso il quale si comprende fino in fondo l’ingiustizia di questa morte, si capisce come non sia possibile trovare pace solo attraverso l’esito di un processo.

Patrizia Moretti dichiara da subito le sue perplessità su come procede l’inchiesta anche sui giornali, in particolare su Nuova Ferrara, giornale locale che segue il caso Aldrovandi sin dall’inizio e con particolare attenzione. Ed è proprio a lei e a Nuova Ferrara che arriva nel 2010 la querela per diffamazione da parte di Mariaemanuela Guerra, la pm a cui era stato affidato inizialmente il caso. Non è la prima volta che la mamma di Federico si vede recapitare notifiche di querela, molte da funzionari della Questura di Ferrara. Addirittura sono stati querelati anche semplici utenti che lasciavano commenti sul blog, che per paura di finire in Tribunale, hanno pagato direttamente. Questo caso è però eclatante perché a sollevarlo è un pm e quello che ha avviato il caso Aldrovandi. Patrizia Moretti infatti a pochi giorni dalla prima udienza si sfoga con parole forti: «Non capisco, davvero non capisco dove si voglia arrivare con le querele per diffamazione a carico della famiglia della vittima, a carico di chi scrive un commento o di chi pubblica un articolo. Forse cambierà la realtà dei fatti? No. L’unico morto è Federico. Vorrei si avesse rispetto per lui e per la sua giovane vita perduta. Per il dolore di tutti noi. Per un omicidio che ha assunto una rilevanza socialeproprio perché insabbiato. Chi querela ora è un magistrato. Ma cosa si sta cercando? Quale giustizia? Non vedo nessuna giustizia in una sua assenza durata mesi. Amaramente penso che chiquerela le vittime non cerchi giustizia, ma affermazione di potere».

Il caso Aldrovandi vede incastrarsi al suo interno processi per depistaggi e omissioni, anche con condanne a poliziotti. A buon diritto quindi Patrizia Moretti parla di insabbiamento. Abbiamo sempre sospettato che negli ambienti militari, della pubblica sicurezza o dei servizi segreti ci si copra a vicenda se il colpevole fa parte della categoria, ma in particolare dopo il caso Aldrovandi queste realtà scomode sono sotto gli occhi di tutti e non è possibile far finta che non siano reali, casi limite ma oggettivamente reali. Ovviamente solo dopo l’esito di un processo si può dire chi sia il colpevole, però è doveroso dare maggiore eco a situazioni gravi come queste e chiedere la partecipazione della collettività. Oggi l’opinione pubblica conosce i dettagli dei casi di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli e Gabriele Sandri. Le loro foto, spesso scattate subito dopo l’omicidio, sono la disperata richiesta d’aiuto, il tentativo di non far cadere nel silenzio omicidi gravissimi e di far vedere come davvero sono andate le cose. Questo accade soprattutto grazie ai genitori di Federico. Probabilmente questa sensibilizzazione ha dato una spinta al caso di Gabriele Sandri, che si è risolto abbastanza velocemente. Gabriele, conosciuto ai più come il tifoso della Lazio, è stato ucciso l’11 novembre 2007 dall’agente di polizia Luigi Spaccarotella, che il 14 febbraio 2012 la sentenza della Cassazione ha condannato per omicidio volontario.

Nel caso della querela a Patrizia Moretti e al giornale Nuova Ferrara si aspetterà ovviamente la sentenza per giudicare chi abbia ragione, resta comunque la sensazione che sia mancato il buon senso – o quantomeno il buon gusto – nel trasformare la vittima di un reato gravissimo in imputata per un’inezia.

Sara De Santis

Pro vita, non importa come

Pro vita, non importa come

14 febbraio 2012

Il TAR del Piemonte respinge il ricorso presentato contro il provvedimento del governatore Cota, che prevedeva la presenza obbligatoria di volontari “pro vita” in consultori e ospedali pubblici piemontesi. Sembrava che il vento stesse cambiando nel 2011 quando fu presentato il secondo ricorso al TAR (dopo che il primo era stato accolto, ma quattro giorni respinto perché rettificato). Per esempio, Andrea Stara, consigliere regionale PD, aveva dato vita a una petizione che ha raccolto più di 6.000 firme e promosso la campagna di informazione chiamata Dillo a Cota, che ha visto inviare al governatore piemontese decine e decine di cartoline raccolte nelle piazze torinesi. Molte voci di assessori e consiglieri piemontesi si sono unite, nonostante le differenze di bandiera, a difesa della libertà laica nei consultori. Ma soprattutto, la Casa delle Donne di Torino in questi anni ha creato una fitta rete di associazioni, con la quale ha organizzato anche una protesta di piazza lo scorso 21 gennaio, in prossimità del verdetto del TAR, volto a sensibilizzare e informare i cittadini torinesi.

Nonostante la dura battaglia, Cota ha vinto. Finalmente può mettere una crocetta sul suo programma alla voce “difesa della vita”, uno dei punti forti della sua campagna politica, assieme alla “famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna” e al “potenziamento della TAV”. Cota dichiara di essere soddisfatto e, anzi, si chiede come mai qualcuno abbia voluto bloccare una iniziativa che avesse solo un valore positivo. E’ quindi pronto ad allinearsi al modello lombardo di Formigoni, che dal 2010 ha offerto un assegno alle donne che dichiaravano di voler rinunciare all’aborto, una sorta di aiuto alle mamme che fanno ricorso all’interruzione di gravidanza per problemi economici. Con il completo appoggio del PDL, la giunta piemontese può finalmente «rimuovere ogni ostacolo economico alla vita» dichiara Gianluca Vignale, ex AN, ora consigliere regionale PDL, «aiutando le mamme in difficoltà anche dopo il parto e nei primi mesi di vita del figlio», cioè donando loro 250 euro al mese per 18 mesi.

Sono lecite le critiche sul criterio adottato in merito a tale aiuto, che non si basa sul reddito, ma sulla scelta ideologica. Una ingiustizia sociale clamorosa che contraddice fortemente i valori di rispetto e responsabilità della campagna “pro vita”. Ovviamente sorgono anche parecchi dubbi sulle donne che potrebbero sfruttare l’occasione di percepire l’assegno in modo scorretto, cioè richiedendo un’interruzione di gravidanza che non vorranno mai realmente portare a termine. A questo proposito il radicale Silvio Viale, responsabile del servizio IVG (interruzione volontaria gravidanza) dell’Ospedale Sant’Andrea di Torino, solleva la questione spinosa dicendo che «chi parla di “aborti per motivi economici” deve sapere che, tra le oltre 50.000 gravidanze piemontesi (nel 2009 9.485 IVG, 38.482 nati + gli aborti spontanei ), è probabile che il premio finirà a ben poche donne che volevano davvero abortire. Quante saranno quelle che chiederanno di abortire, che attiveranno le procedure per l’IVG, faranno gli esami, magari rinvieranno l’intervento, sapendo che possono rinunciare fino all’ultimo momento? Del resto, come contestare l’ingiustizia per quelle donne che, nelle stesse difficoltà, non chiederanno di abortire e sceglieranno di non abortire senza ricevere il premio?».

Il problema è chiaramente molto complesso se parliamo di persone che hanno difficoltà economiche serie e che addirittura decidono di rinunciare a un figlio per questo. Sicuramente alle spalle c’è la mancanza di lavoro, del sostegno della famiglia, del padre del bambino oppure ci sono semplicemente già altri figli da mantenere che gravano sul bilancio familiare. Nessuno dice come faranno queste donne ad aver risolto magicamente i loro problemi dopo i primi 18 mesi se manca il lavoro, un sussidio dignitoso ai disoccupati, asili nido e tutta la struttura sociale che dovrebbe sostenere la famiglia, non solo nelle campagne elettorali.

Sara De Santis